Il co-design per le comunità locali

| August 4, 2014

L’immagine conta più di tante parole. Anche una metafora, con cui descrivere la complessità e il districato intreccio tra sistemi che è proprio della natura e dell’uomo, conta più di tante parole.
Ce n’è una straordinaria suggerita da Gregory Bateson che ci descrive il rapporto, conoscitivo, tra l’uomo e il mondo, come quel camion a cui siano attaccati più rimorchi e a cui si chieda di fare marcia indietro. Fintanto che ce n’è uno solo, l’operazione sembra essere relativamente semplice; quando se ne aumenta il numero, le azioni per tale percorso a ritroso diventano difficili, richiedono dei criteri contro-intuitivi, un approccio euristico e sperimentale più che un programma razionale…

Per capire e orientare gli ecosistemi alle diverse scale, serve far propria questa immagine. Bateson ritiene che lo scienziato che vuole capire tali sistemi debba agire un po’ come l’artista. Una dimensione di sperimentazione ed esplorazione o, potremmo dire, usando una felice definizione di Nassim Taleb (nel suo Antifragile), un’euristica complessa che di fronte a potenziali shock (un nuovo problema, per un designer, è sempre un piccolo shock…), permette di aumentare la resistenza dei sistemi a cui viene applicata. Ed evolvere. L’euristica complessa è il trionfo della pratica.

Un orientamento, per un designer che si occupa di locale, verso una dimensione “demo”, cioè dimostrativa di possibili azioni di valorizzazione del capitale locale, costruendo prototipi (o pre-totipi secondo la felice definizione di Alberto Savoia) che siano facilmente comprensibili e utilizzabili dalle comunità, ingaggiate e proattive, locali. La cornice di queste azioni dimostrative, tuttavia, non può che essere una (efficace) narrazione. Il design per le comunità locali diventa innesco di narrazioni per abilitare conversazioni e dare il via ad una forma diffusa e per questo innovativa, di progettualità. Sappiamo che ogni narrazione è accesa da un conflitto tra elementi duali (passato-presente, bene-male, maschio-femmina, genitori-figli…). Talvolta il designer si limita a proporre tale innesco. È un po’ come il Paride di Omero, povero giovinetto costretto a scegliere la più bella tra le dee e, grazie a questo, dare via ad un’epopea senza tempo. Questa forma di innesco di co-design, che unisce narrazione e performance è, con le parole di Karl Weick (padre del pensiero organizzativo, noto perle cosiddette “profezie auto-avveranti”) un processo di sense-making, costruzione di senso, e di enactement, cioè capacità di “mettere in scena”.

Una narrazione efficace attiva la messa in scena di un’identità (locale), ingaggia – letteralmente –  gli attori locali per realizzare – come per le profezie auto-avveranti – performance tra le migliori possibili. L’ingaggio ha bisogno di laboratori urbani, luoghi fisici dove incontrarsi e condividere idee ma anche spazi virtuali e media capaci di fare community building. L’ingaggio ha bisogno di “incanto”, come ci insegna il padre del Cultural Planning, Charles Landry, cioè ciò che cantilena, melodia lenta e ripetuta, eppure ritmica, quasi una taranta… Landry sostiene che l’incanto inglobi (ingaggi) e che le sue ripetizioni ritmiche non siano null’altro che metafora dell’evocazione ripetuta di buone pratiche, quelle stesse che formano il capitale sociale (e culturale) di una città, unico capitale che con l’uso non si deteriora ma che tende, invece, ad espandersi.

(nella foto: i primi passi di Neighborland, piattaforma online che offre ai cittadini gli strumenti per attivarsi e collaborare con organizzazioni locali)

Articolo tratto dal Quaderno #6 di Weconomy. Per leggere gli altri articoli basta un click qui

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