Contro gli specialisti. Sinapsi inedite per essere protagonisti

| November 20, 2014 | 1 Commento

Abbiamo creduto a lungo che il progresso camminasse sulle spalle di Manager sempre più specializzati, di tecnici infallibili, di algoritmi lunghi quanto “Guerra e Pace”. Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008 e ci siamo resi conto di una cosa: gli esperti avevano imboccato una strada senza uscita. A furia di chiudersi in scatole sempre più piccole, si erano persi la dinamica d’insieme. Un po’ come gli indiani della barzelletta, chiusi nella stanza al buio con un elefante. Chi afferra la proboscide e pensa che sia un serpente, chi scambia le zampe per un tronco, chi misura le orecchie o la coda, ma nessuno, proprio nessuno che riesca a farsi un’idea dell’animale nel suo insieme.

Da allora, è tornata alla ribalta la capacità di creare passerelle, di aprirsi a esperienze diverse, di cogliere segnali deboli. In una parola, di uscire dalle scatole, anziché infilarcisi sempre più a fondo. I nuovi umanisti sono Manager, scienziati, imprenditori che amano stare sulla frontiera tra i saperi e le discipline, perché hanno capito che quello è il luogo dal quale si distinguono meglio i contorni dell’elefante. In tutti i settori è sempre più raro che l’innovazione scaturisca da un’unica scatola: solo le squadre multidisciplinari, che integrano competenze diverse e generano sinapsi inedite, producono la scintilla che serve per essere protagonisti nel nuovo scenario. Non è una regola valida solo per Apple, Pixar e i laboratori dei neuroscienziati. È ciò che vediamo intorno a noi, in tutti i comparti, perfino i più tradizionali, dall’artigianato all’agricoltura.

D’altra parte, è una legge di natura: le monocolture vengono spazzate via dai mutamenti climatici; gli organismi più adattabili tirano fuori risorse inaspettate, cambiano schema, riscrivono le mappe. Non si limitano a tirare a campare: inventano mondi nuovi nei quali sentirsi di nuovo a casa. Alla metà del XIV secolo, l’Umanesimo è nato a Firenze dalla crisi finanziaria e dalla peste. Quando Petrarca e Boccaccio si sono resi conto che la vecchia cultura scolastica, fatta di dogmi e di compartimenti stagni, non riusciva più a dare risposte agli interrogativi dell’epoca.

Oggi chiamiamo crisi ciò che non conosciamo. Eppure, perfino in Italia – dove ce la portiamo dietro da vent’anni – la crisi è fatta di luci e di ombre. Di Aziende che crescono e di Aziende che chiudono. Di chi continua a provarci e di chi si è rassegnato a contenere i danni. Pensare di uscirne è un’illusione. La crescita magari tornerà, ma quella che chiamiamo crisi è in realtà la nostra nuova casa. L’habitat nel quale dovremo abituarci non solo a sopravvivere, ma a costruire un futuro prospero, creativo, appagante. Le vecchie certezze, i confini impermeabili e i manuali delle istruzioni non torneranno più. Ma i nuovi umanisti sono quelli che pensano che, tutto sommato, sia meglio così.

Articolo tratto dal Quaderno #7 “Management: cross, self, content? Vuoi scaricarlo gratis? Clicca qui

(immagine di Valeria Crociata, art senior Logotel)

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  • Diego Pogliani

    Articolo molto lucido e lungimirante. La speranza è che i manager e imprenditori che oggi “comandano” ascoltino e comprendano questo cambiamento che è stato molto più veloce del normale ricambio generazionale. In pochi purtroppo sono disposti a fare un passo indietro per ripartire.

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