Diamoci del noi. Identità e futuro della leadership

| August 8, 2014

Il leader concentra su di sé i bisogni degli altri. Non è la premessa ad una teoria della dittatura, ma una delle affermazioni che Gian Maria Zapelli consegna alle pagine iniziali del paragrafo “La leadership prossima” nel suo volume Diamoci del noi. I legami che danno futuro al lavoro (Egea, 2013).
«Non vi è leadership se non vi sono bisogni che cercano di realizzarsi, che trovano nel leader il veicolo che aiuta a unire l’io con il tu, il mio con il tuo, favorendo il prodursi di un noi, necessario al realizzarsi di un io» (p. 147).

I presupposti di un’idea di leadership questo tipo non sono pochi né banali. Uno di questi è certamente quello dell’emersione, attiva e consapevole, di quei bisogni che legano le persone tra loro attivando la leadership. Questa dipende da quelle.

Un leader consistente, quindi, esige collaboratori consistenti. Per Zapelli è una questione decisiva: ne va del futuro stesso della leadership, quindi, ormai della sua stessa identità.

La partita, infatti è ormai quella tra un leader che non può far altro che elaborare «la fatica del presente» — di un presente strutturalmente incerto ed opaco, figlio di un’incapacità ormai strutturale a figurarsi un futuro comprensibile ed aggredibile —, ed un leader che, invece, è capace di agganciare e guidare il «potenziale di futuro» delle persone.

La dipendenza del leader dalla consistenza di chi ha intorno (o sotto) di sé è infatti una dipendenza strutturale. Per questo la prima qualità del leader è quella di creare (o assecondare?) una prossimità con gli altri che Zapelli descrive, significativamente, come una comunanza di tempi, di parole, di spazi. Tutte dimensioni che la deriva frantumante della crisi degli ultimi anni ha separato (e svuotato). Una comunanza, quindi, fisica, nella quale lo stare faccia a faccia è necessario.

Conversazione e corpo sono infatti due parole chiave della leadership secondo Zapelli: «è avvicinando i corpi che si crea fiducia, è avvicinando le persone nella conversazione, nel condividere emozioni, nel sentire e nel provare esperienze che si generano aperture reciproche e si creano risorse esplorative e coraggio» (p. 154).
Solo con questa forza plurale è possibile affrontare la fatica immane dell’iniziare qualcosa di nuovo.

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