Collaborazione, un affare di città

| July 10, 2014

Sono più di due terzi i cittadini europei che vivono in aree urbane. Ci lavorano, ci abitano, si divertono. E sempre di più, condividono beni e servizi. La città si adegua, prima democratizzando le risorse e diventando smart, poi mettendo in piedi un sistema collaborativo con altre comunità, e infine aprendosi alle aziende, a loro volta interessate a uno scambio fertile per entrambe le parti.

Prendiamo un esempio americano, San Francisco: 800 mila abitanti, a cui ogni giorno si aggiungono 500 mila pendolari. La città californiana da più di 10 anni sta portando avanti un progetto che, per quando ambizioso, sembra essere alla sua portata: l’azzeramento dei rifiuti entro il 2020.
E se agli aspetti normativi e culturali della questione (cambiare regole e mentalità) ci pensa l’amministrazione, è Recology, società partner, a gestire le infrastrutture per la raccolta, il riciclo, il compost e la discarica. Quindi: un’azienda privata può offrire servizio pubblico a una città, generando contemporaneamente benessere per la comunità e business.

E in Italia? Le smart communitiy, figlie (o generatrici?) delle smart city, proliferano, dando vita da Nord a Sud ad esperimenti di sharing economy e cooperazione orizzontale, in cui il supporto di istituzioni locali e imprese diventa spesso necessario quando si tratta di proporre soluzioni innovative che fanno leva su nuove tecnologie e nuovi media. A Bologna, già pioniera delle social street con la comunità di via Fondazza (oggi siamo a 285 in tutta Italia), il Comune ha lanciato una call for ideas per chiedere ai cittadini come rendere la città più vivibile e sostenibile.

A Napoli MappiNa, piattaforma di collaborative mapping nata per valorizzare e reinterpretare luoghi, suoni, siti abbandonati ed eventi della città in una mappa alternativa, crea anche iniziative offline che coinvolgono tutta la cittadinanza. E intanto a Milano è in corso l’esperimento Sharexpo, pensato per offrire servizi (mobilità, alloggio, cibo, tempo libero) in chiave collaborativa in vista dell’Expo, e comunicarli in modalità mainstream perché escano dalla nicchia.

Insomma: che la collaborative revolution abbia invaso le città è ormai attestato. Tanto che si apre un nuovo dibattito: cosa ne è, invece, delle aree rurali? Come si trasmette il potenziale dell’economia collaborativa nei luoghi in cui il digital divide rimane un problema? Perché, ripartendo dai numeri, se gli europei per più di due terzi vivono in città, c’è quasi un terzo che avanza. Se verso il futuro, è ancora una storia tutta da scrivere.

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