Formarsi, cioè, contaminarsi

| August 16, 2016

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Parte 2 di 2 – È sempre meglio non immaginarsi il futuro a partire da ipotesi estreme. Però, come si è scritto nel precedente post, sembrano in via di trasformazione le forme stesse della formazione, ed in generale dell’educazione. E siccome la formazione si dà sempre in una relazione, dobbiamo imparare e generare (o assecondare) nuove forme di relazione.

I bisogni sono chiari. Non solo, come si è già detto, l’invariante bisogno di apprendere, ad ogni livello, anche della vita aziendale. Ma anche il più che evidente bisogno di ‘attrezzarsi’, a livello tecnico, di competenze, certo…

Il dibattito nel mondo accademico su questo punto è interessante per più motivi. Il più evidente è certamente che le facoltà di oggi preparano gli applicants che da domani si presenteranno a colloquio.

Mondo in trasformazione = maggior flessibilità di accesso e elaborazione del sapere. Anzi ai saperi. Questa sembra l’equazione fondamentale che regola l’approccio attuale. Ecco allora, da circa un lustro, i Mooc (Massive open online courses). Ne avevamo scritto tempo fa, evidenziando quelli che già allora sembravano esserne i limiti. Adesso che cominciamo ad avere a disposizione una quantità di dati un po’ consistente sembra impossibile non dare ragione a John Hennessy, presidente della Stanford University, secondo il quale questo tipo di piattaforme non si è rivelata disruptive. Le percentuali di coloro che effettivamente completano i corsi si collocano infatti sotto il 7%…

Ecco allora che, forse con maggior moderazione, Hennessy sostiene la causa delle flipboard classrooms, ossia della netta separazione tra da una parte il momento frontale della lezione (fruibile anche in remoto) e dell’altra il momento comunitario di discussione, ripresa, confronto che gli studenti (fisicamente) insieme hanno con una persona che potrebbe non essere più il docente, ma magari una personalità con doti da aggregatore/ispiratore.

E i contenuti? C’è da dire che nei dibattiti sulla educazione preuniversitaria non va più molto di moda preoccuparsi di che cosa si insegna. Purtroppo.  Per quanto riguarda l’Università il discorso è giocoforza diverso, e sicuramente più interessante. Si è già accennato alla convinzione molto forte e diffusa che il comparto trainante debba essere quello scientifico, il mitico STEM. Il punto è però che appare ormai chiara l’insufficienza di un approccio unilaterale. Lo stesso Hennessy descrive il well-rounded graduate come uno studente che è stato capace di ‘intingere’ le proprie competenze nelle ‘arti’ ossia nella ‘casa della creatività e dell’ingegno’. Una sorta di mélange necessario, quindi. Necessario a mettere in azione ‘una parte diversa del cervello’.

Anche Shirley Ann Jackson, presidente del Rensselaer Polytechnic Institute, ha parlato in una recente intervista della necessità di «tenere bassi i muri tra le discipline» ma ha anche offerto un esempio molto concreto di quella che potrebbe essere una proposta semplice ma efficace per integrare il curricolo accademico degli studenti con la necessità di prendersi tempo per esperienze formative o lavorative «preferably overseas»: il ‘Summer Arch’.

La contaminazione, quindi, non sembra essere un impoverimento delle competenze, ma una strategia decisiva per la loro efficacia. Forse ancora di più: decisiva per comprendere le fattezze della situazione in cui ci troviamo e degli scenari che si aprono.

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