In futuro? Faremo… sempre più local

| July 28, 2014 | 1 Commento

La produzione local e il ‘made in’ rappresentano da sempre, nella carta di identità di un prodotto, due delle caratteristiche chiave per definirne la bellezza, originalità, qualità e narrativa intrinseca. Dal colore porpora (in inglese Tyrian Purple) fabbricato, in antichità, nella città di Tiro al ‘Designed by Apple in California. Assembled in China.’ di Apple, l’origine del prodotto ha, però, subito (e continua a subire) una mutazione nello spettro percettivo dei consumatori. Diverse sono le dimensioni che governano le dinamiche manifatturiere e che ne determinano il successo o l’insuccesso.

Elemento fondamentale nell’equazione d’acquisto di un prodotto piuttosto che di un altro è, come ci ricorda Jan Chipchase nel suo Hidden in Plain Sight, la fiducia. In un contesto dove la manifattura degli oggetti viene costantemente delocalizzata, dove le aziende che fabbricano diventano brave a progettare tanto quanto (o più brave) di quelle che avevano originariamente concepito il prodotto, dove gli strumenti per progettare e auto-produrre (hardware o software) diventano sempre più accessibili, di quale ‘origine’ ci si fida di più? Del brand che ha anni di esperienza nel disegnare prodotti affidabili, delle aziende manifatturiere che da anni producono quei prodotti, ne conoscono i segreti tecnologici e ne possono facilmente riprodurre tutte le funzionalità ad un prezzo più basso, o di noi stessi e della possibilità sempre crescente di autoprodurre oggetti su misura per le nostre esigenze, dietro l’angolo o addirittura in casa propria (Chipchase, 2013)? In questo contesto il ‘made by’ diventa molto più importante del ‘made in’.

Ci sono però realtà che, ibridando i due concetti, modellano la propria identità attraverso le radici local delle loro produzioni.

Questo è il caso di Makers of Singapore, un’associazione non-profit che scopre, diffonde e supporta piccoli produttori di Singapore la cui filiera è interamente locale. L’invito di questo gruppo è di “guardare un po’ più da vicino ai dettagli della nostra manifattura (n.d.r. di Singapore), invece di notare solo il nome del brand sull’etichetta”, per “riscoprire assieme la ‘local shopping experience’”. Quest’iniziativa, supportata da sponsor come il DesignSingapore Council e il National Design Centre, integra identità di provenienza di un prodotto con la narrativa legata al produttore e alla produzione, facendoci scoprire e appassionare non solo all’oggetto che si acquista ma anche alla storia della sua poiesi.

In Italia molte sono le imprese che utilizzano il ‘Made in’ per definire la propria posizione nell’universo commerciale. Basti pensare al cibo, alla moda o al disegno industriale. Sempre di più, però, queste realtà si stanno affidando a dinamiche di outsourcing per quanto riguarda la produzione della propria merce. Ma c’è una galassia, quella dell’artigianato, fatta di tante piccole costellazioni d’eccellenza e di tradizione che riescono ancora a farsi conoscere nel mondo, anche grazie alla loro identità local.

Scatto Italiano: sono due designer italiani (Giuseppe Gurrado e Pietro Nicola Coletta) e una rete di artigiani locali che produce biciclette su misura. Nell’Italia del pre-guerra, prima della diffusione dell’auto, le bici erano il mezzo principale per spostarsi in città e nelle campagne. L’amore per il mezzo a due ruote è sopravvissuto anche grazie al Giro d’Italia, ma negli ultimi anni è aumentato molto, soprattutto nelle grandi città. Scatto Italiano nasce quindi dalla tradizione italiana, dal saper fare decennale degli artigiani locali e dall’intuito dei due giovani industrial designer che hanno saputo unire la loro passione personale alla passione riscoperta da tanti per le strade italiane.

E se i video e le storie di Makers of Singapore e le bici di Scatto Italiano raccontano di un presente legato a materie prime e tradizioni che hanno avuto origine in quello specifico luogo tempo addietro, l’esplorazione del futuro Made in the Future di IDEO e dell’MIT porta a riflettere su cosa accadrebbe se la tecnologia permettesse a luoghi che sono ora sprovvisti di tradizioni e materie prime di produrre nuovi materiali sfruttando le scarse risorse presenti sul territorio. Cosa succederebbe se nella Death Valley californiana fosse possibile produrre lana e maglioni, alimentando l’economia locale, semplicemente sfruttando la risorsa maggiormente presente in quella zona, il calore del sole?

Il local making quindi non solo come dinamica legata alla tradizione e al passato ma una caratteristica distintiva di realtà presenti e, perché no, con forme diverse, di realtà future.

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  • Antonio Merlo

    articolo molto interessante, da un pò mi interrogo sullo shoping online local, ossia sul vendere direttamente online ma in aree circoscritte, penso ad esempio al settore food, ma anche perchè no ad altri.. un esempio potrebbe essere quello del mercato dei compro Oro, per ovvie ragioni geolicalizzati su territori specifici.. un esempio di un sito su Roma, che presto potrebbe avere una sezione shop online http://www.ketercomprooro.it