Gen Z, se il pensiero digitale è immaturo

| May 15, 2017

27 febbraio 2015. IlSole24ore.com apre uno squarcio sull’universo giovanile: “Il falso mito dei «nativi digitali»: quasi il 50% non sa usare Internet”. Solo una provocazione giornalistica? Non proprio. È la sintesi dell’indagine ECDL Foundation: “È tempo di smascherare il «falso mito» secondo il quale i nativi digitali, proprio per essere cresciuti nell’era di Internet, sarebbero capaci di usare il Web con innata dimestichezza: il 42% dei giovani non è ben consapevole dei rischi di navigare usando una rete wi-fi aperta, il 40% non protegge all’accesso il proprio smartphone e addirittura il 50% non si preoccupa di controllare le autorizzazioni richieste per l’installazione di app.” Sono dati che colpiscono, numeri che spronano a guardare i giovani con occhi reali, fenomenologici, veri. Perché i Gen Z, oggi, sono i Clienti e i prospect del mondo dell’Impresa. Ma domani ne saranno gli abitanti e gli attori protagonisti.

È per questo che scelgo una prospettiva terza per osservare i ragazzi nati nel 2000, un’inquadratura messa a fuoco nei percorsi d’aula del progetto Alternanza Scuola Lavoro con Intesa Sanpaolo. E ho visto i polpastrelli sollecitare velocissimi la retina dei display. Mentre poi, senza soluzione di continuità, ho ascoltato il silenzio più disarmante di fronte alla domanda: “Qual è il vostro sito web preferito?”. Perché i Gen Z sanno fare tap, swap e scroll, ma poco o nulla conoscono dell’infrastruttura hardware e software che abilita i loro percorsi di emozione e navigazione. Sono le domande semplici a suscitare in loro sgomento: “Ragazzi, quando salvo un file su Dropbox, secondo voi dove va a finire?”. Silenzio. E poi qualche timida ipotesi: “Sul tuo computer. Anzi, no. È su Google!”. E lo vedi anche da come si misurano con una ricerca in Rete: superficiali e approssimativi, si accontentano dei primi link restituiti dai motori. Mancano di profondità di analisi, di critica delle fonti, di metodo di ragionamento – se devo studiare un brand, posso forse accontentarmi di navigare il suo sito vetrina? O sarebbe utile chiedersi che cosa ne dicono i consumatori-Clienti, come lo raccontano i competitor e gli istituti di ricerca, che sentiment genera sui social?

Non si tratta dell’O tempora, o mores di un (quasi) quarantenne, vi voglio rassicurare. Siamo di fronte a una folla di giovani belli, freschi e curiosi. E soprattutto, desiderosi di gettarsi nella mischia della società, del lavoro, della vita adulta. Ma la domanda giusta è: come possiamo attrezzarci a trarre il meglio da loro? Ecco, io mi sono fatto qualche idea.

1. Domande. E ancora domande. Alleniamoli, alleviamoli e nutriamoli con le domande. Domande che provochino reazioni, che suscitino curiosità, che sveglino spirito di scoperta e intraprendenza. Non accontentiamoci delle loro prime risposte. Perché sono semplicistiche, banali. E molto più novecentesche di quanto potremmo immaginare. Serve il perché che sveli il senso, il perché capace di incendiare la creatività. Serve un pensiero analogico, che faccia da hardware al loro procedere digitale modello link.

2. Agire. Essere esempi. Incarnare i nostri valori. A loro serve un calco da poter imitare, una personalità appassionata da emulare. Per confrontarsi con un mondo adulto che abbia ancora voglia di dire la sua, e tradurla in fatti, azioni, pratiche. Mai stare un passo indietro, illudendosi che i nativi digitali siano una sorta di nuova progenie 2.0, con le competenze intellettuali ed emotive preinstallate per lasciare un’impronta nel mondo. È un’illusione deresponsabilizzante: hanno bisogno di noi, quanto noi di loro.

3. Incoraggiarli. Sostenerli. Coinvolgerli. L’adolescenza non ha età. Non nel senso che puoi essere teenager a tutte le età. Quanto piuttosto che gli anni della pubertà, a tutte le latitudini storiche, si assomigliano molto. E quindi puoi ritrovare in molti le paure che segnavano la Generazione X e la Y. Paura di non capire cosa fare da grandi, di non trovare lavoro, di non trovare il proprio posto nel mondo. Con l’aggravante che, in questi anni ’10, il contesto socioeconomico è sempre più instabile. E la precarietà di vita aumenta.

Serve allora far vivere esperienze nutrienti e di senso, a questa Gen Z, percorsi che possano aumentare la people consistency e lasciare in dote strumenti teorici e operativi per determinare il futuro.

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