I comportamenti fanno la differenza

| May 2, 2016

300x195_cDa Wikipedia – POP, Point of Presence: punto di connessione fisica tra reti di telecomunicazione.

In questo testo non voglio parlare di telecomunicazioni, ma delle persone in Azienda, della loro presenza. Si è sempre parlato di “presenti”, dai tempi in cui andavo a scuola, e anche durante il servizio militare. Evidentemente si è sempre fatto riferimento all’aspetto fisico delle persone: presenti, contrapposto a coloro che erano assenti. E l’essere presente era prerequisito per tutto quello che poi si faceva, condizione necessaria ma non sufficiente, ovviamente. Nel tempo fisicamente presente in un’aula, e poi in un’azienda, siamo passati dal lavorare al “collavorare” (non sempre), per varie esigenze, motivi. Scoprendo che la “collavorazione” è un processo impegnativo, non è una attività, perché di mezzo ci sono degli esseri umani con le loro aspettative, esigenze, limiti, potenziali, sia per chi richiede o chiede collavorazione e sia per chi la può o “deve” dare. È uno sviluppo storico, localmente differenziato per situazioni culturali e sociali, ambientali e fisiche, comunque non scontato e banale. La formula della collavorazione locale e specifica è spesso stata dinamica, evolutiva, perché il progetto a cui si applica è normalmente dinamico. Caratterizzato diversamente perché diverso era ed è il richiedente della collavorazione e diverso era ed è chi presta la collavorazione.

La storia anche nostra personale mostra che di solito è stato più immediato ordinare di fare piuttosto che motivare la persona a fare, è stato più semplice chiedere di fare che spiegare perché fare e come farlo. La stessa nostra storia personale ci fa venire in mente che quando ci siamo trovati nella situazione in cui quel qualcuno ci ha spiegato abbastanza bene e senza fretta perché fare quella cosa e come farla, siamo normalmente riusciti ad ottenere un risultato positivo, e la cosa ci ha fatto piacere, e quanto più l’abbiamo fatta bene tanto più ci è aumentato il piacere, arrivando anche ad avere una iniezione di autostima. Se poi la nostra esperienza specifica ci ha permesso di osservare certi aspetti non scontati e di dare un riscontro (detto anche feedback) al nostro committente, magari sorprendendolo, beh, ci è piaciuto ancor di più. Vero?

Collaborare o collavorare, a me piace di più il secondo termine. Istintivamente. Forse perché è inusuale, e la collavorazione o collaborazione non è di solito istintiva. Ma è ormai un dato di fatto, al quale dobbiamo prestare sempre maggior attenzione, e frenare certi istinti che vanno nella direzione opposta. È la complessità crescente delle nostre attività, la dinamica delle imprevedibilità, ma è anche la tecnologia in crescente evoluzione che ci stimola alla collavorazione. E la collavorazione è già stata e sarà sempre di più il collante dei nostri processi di lavoro, indipendentemente dal settore di attività.

Da qualche tempo si parla e si fa smart working. Molti, tanti anni fa si è cominciato a parlare di telelavoro, ma è sempre stato considerato una opzione limitata e ridotta. Oggi lo smart working sta interessando e coinvolgendo molte aziende e molte persone, certamente agevolato dalla tecnologia, ma non basta la tecnologia per farlo diventare una pratica valida ed utile, non solo aziendalmente. Penso e sono convinto che bisogna creare prima un ambiente collaborativo, con una piattaforma valoriale non solo top-down ma condivisa, dove si sono valorizzati i comportamenti e gli atteggiamenti in azienda e non solo le competenze specifiche. Anche questo è un fatto storico: lo sviluppo e la crescita delle competenze è stato quasi sempre l’obiettivo, non solo a scuola (ovvio), ma anche in azienda (non ovvio ma così è). La stragrande parte degli investimenti in formazione aziendale è tuttora di solito dedicata ai contenuti e alle competenze. Non dico che non sono necessari, ma è necessario focalizzarsi sui comportamenti se si vuol dare alle persone che lavorano in azienda un senso più ampio di collavorazione, di condivisione, di economia collaborativa, di Weconomy come diciamo noi in Logotel dal 2010. Il nostro lavoro quotidiano è basato sulla relazione interpersonale, coi nostri colleghi che dobbiamo imparare a vedere come i nostri Clienti interni, oltre che con i Clienti esterni, quelli che spesso oggi si continua a chiamare consumatori. È nostro interesse personale acquisire una consapevolezza un po’ diversa del nostro ruolo in azienda, un po’ meno individualista, dove i risultati più significativi sono quelli che sono raggiunti in modo più collaborativo: non è demansionalizzazione quello di cui parlo, ma piuttosto l’impegno e la volontà di conseguire risultati condivisi come target e come effort individuale.

Non è un fatto banale: storicamente le aziende sono nate con lo sviluppo delle varie funzioni aziendali, che spesso nelle grandi organizzazioni sono diventate aziende nell’azienda, coi loro obiettivi risorse budget responsabilità, e con strumenti di misurazione specifici e funzionali. Da un po’ di tempo ci siamo resi conto che il successo di una specifica funzione aziendale non è condizione sufficiente alla sopravvivenza dell’azienda. E in molte aziende è stato avviato in passato un processo di trasformazione culturale che necessariamente ha dovuto puntare anche a modificare molte convinzioni storiche, lavorando più sui comportamenti che sulle competenze. Un processo che non si può interrompere, che richiede non solo investimenti ma soprattutto attenzione determinazione coraggio, e la capacità di creare nuovi motivi per lavorare in modo nuovo, tra cui la collavorazione. Un processo che se vuol essere utile ed efficace deve anche considerare come prioritario il rapporto e la relazione con il Cliente finale, un personaggio questo sempre più dinamicamente stimolato da un contesto dove il cambiamento è sotto gli occhi di tutti, anche di chi è meno propenso ad accorgersene. E quindi è fondamentale che le aziende coinvolgano e collavorino col loro Cliente, scoprano e osservino anche dinamicamente i vari e diversi punti di contatto che il Cliente ha con la loro offerta fisica e digitale.

Quindi collavorazione a tutto campo? Sembra di sì, e penso che le organizzazioni che più di altre puntano a questa forma di attività e di gestione sono prevalentemente quelle che hanno capito che la sopravvivenza futura, la così chiamata sostenibilità, sia in larga parte dovuta alla consapevolezza che l’elemento umano è e sarà sempre di più quello che fa e farà la differenza. Più SOP – System of Presences, che POP – Point of Presence.

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