Il Self Popcorn – Il giusto tempo e la giusta temperatura organizzativa

| November 2, 2016

WECONOMY_Logotel_Nicola_Favini_quaderno10Houston, abbiamo un problema. Dove sono i popcorn?

Spesso nelle adunate o riunioni importanti mi trovo a motivare i partecipanti cercando di creare in loro una convinzione semplice ma potente. Se lavoriamo bene come collettivo, cambieremo il contesto. L’obiettivo di ogni team è sempre riportabile ad una visione rivoluzionaria. I comportamenti di una squadra sono misurati dalla abilità di trasformare il mondo esterno in qualche suo aspetto. Se diffondiamo questa tecnologia, se formiamo su queste competenze, se vendiamo bene questo servizio in questo territorio, se con questo nuovo canale insegniamo ai Clienti un nuovo comportamento. Sono trasformazioni. Ogni impresa si rafforza e si reinventa se è capace di capire che esiste per cambiare lo status quo. Le imprese intelligenti devono essere anche sovversive.

Questo vale per il “we” e quindi per ogni sua cellula, il “me” appunto. Ma viene prima il me o il we? Senza cadere nell’infinito loop del “prima l’uovo o prima la gallina” qui dobbiamo subito chiarire il perimetro delle opzioni. Non esiste un’organizzazione forte senza individualità potenti, non esistono singoli croccanti senza un contesto organizzativo che li meriti e se ne curi. Finita l’epoca della standardizzazione e della omologazione di mestieri e ruoli, possiamo affrontare la fantastica confusione e incertezza del contesto solo se combiniamo personalità, competenze, mappe di conoscenze delle più variegate che riescano a battere al ritmo della collaborazione su spartiti semplificati e dalla grammatica condivisa. Manager e professional devono apprendere a vivere in un flusso, fatto di avvenimenti imprevedibili, di decisioni discontinue, di errori veloci, spesso con cambi di direzione oltre che di strumenti. Un flusso dove ogni progetto è banco di prova per continuare a imparare e allo stesso tempo disinstallare quello che non serve. 2 giorni uguali non esisteranno più. Ognuno di noi però deve vivere il giorno (quel giorno) come se fosse una tappa di un viaggio che ci sta portando individualmente lontano. Il mio mestiere è un viaggio. L’identità della esperienza lascia il posto a quella della expertise. Tutto quello che abbiamo visto e imparato nel passato rischia di essere un fardello se non sappiamo agire come prototipi imperfetti. Persone sempre incomplete che valorizzano la propria identità di fondo aprendosi con curiosità e coraggio a esperienze, progettualità, scambi e scontri.

Curiosità, fame di esperienza, visione periferica, apertura… non possono essere oggetto di un imperativo organizzativo. Immaginate un decalogo dove compaiono “sii curioso”…“sii proattivo”… già il solo pensare questi imperativi li rende inutili e molesti. Per questo c’è bisogno di bravi nuovi capi. Perché ogni giorno, ognuno con il proprio stile, i capi devono avere cura di costruire cultura e ambiente favorevoli all’ingaggio dei singoli e alla loro animazione. Fornire senso, innescare riflessione, creare opportunità, mettere alla prova, costruire relazioni e interazioni. Devono saper scovare competenza, abilitare potenziale e premiare con coerenza. Il singolo dal canto suo deve sentire “il viaggio” intimamente e alimentarlo con la sua singolarità. Vivere il viaggio. Essere parte integrante e potente del progetto. Esserci come protagonista intelligente e contemporaneo e non come free rider. No ad un passeggero disinteressato o, anzi, menefreghista. Se il singolo non sente il viaggio e non condivide la missione del team, se non vuole battere il ritmo con i compagni di volo, se non è capace di contribuire in quel particolare contesto … deve scegliere di cambiare, meglio mettersi in discussione che alienarsi. E qui deve uscire il patto tra il team leader e i suoi compagni di viaggio. Un patto non un compromesso. Se è chiara la sfida, ovvero il motivo per cui esistiamo come team, se condividiamo valori e direzione allora bisogna essere consapevoli e capaci di rifare periodicamente la scelta. Il capo deve riscegliere i compagni di viaggio. Il collaboratore deve riscegliere il capo. Non esistono alibi organizzative, scelte per mali minori o bugie vitali. È un fatto di coerenza. Fra quello che sentiamo di essere, quello che vogliamo diventare e come lo vogliamo. È la vita. Le organizzazioni come organismi, abbiamo detto in passato. Gli organismi come un sacchetto di popcorn, dico adesso. Tanti chicchi di mais tutti apparentemente uguali ma che con la giusta temperatura esplodono in un effetto catena rapido e istantaneo. Non più uguali ma tutti differenti. Alcuni chicchi non ce la fanno. Alcuni giovani cuochi dosano male tempo e temperatura. Uovo o gallina? Chiudo con una frase di un manager che frequenta Logotel. Innovatore e molto attento alla qualità del suo team diceva in un worshop: “Il mio mestiere oggi? Portare ordine dove vedo disordine e portare disordine dove vedo troppo ordine”. Be pop. Be popcorn!

 

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