Il sensemaking o perché essere umani ha ancora senso.

| April 20, 2015

Si può essere in totale sintonia – da ogni punto di vista – con le trasformazioni disruptive dell’organizzazione aziendale, del lavoro in generale, del mercato e persino delle classiche figure di riferimento: dell’Azienda e del Cliente.

Si può essere – si spera non allo stesso tempo – orientati in maniera opposta, cioè ‘apocalittica’ su tutto questo. Un minimo comune multiplo tra queste due posizioni antitetiche c’è e di per sé non è neanche un ‘calcolo’ difficile da fare. Le due posizioni convergono in definitiva sulle qualità della persona. Chi sostiene la prima posizione infatti, ha iniziato a vedere la fine di ogni automatismo ed ha iniziato ad immergersi in una fluidità nella quale ogni cosa assume le forme e le prospettive delle energie personali che la generano e la animano. L’‘apocalittico’, invece, rimpiange la genuina forma umana che ogni lavoro in una presunta età dell’oro (reale o mentale) manifestava (o dovrebbe tornare a manifestare). Che dunque si progetti un nuovo spazio globale o un’ardita resistenza a questo spazio sembra che sempre delle persone ci si debba prender cura.

L’impegno, in entrambi i casi, è ad un livello radicale, profondo. Quello del significato. Lo abbiamo scritto più volte su questo Blog (vedi Post su Sinek), non possiamo più permetterci di ingaggiare chi incontriamo (capi, sottoposti, collaboratori, clienti) solo e innanzitutto sul che-cosa. La necessità prima è il perché, cioè il significato.

Marina Gorbis nel suo The Nature of the Future analizza e descrive scenari e non si fa certo fatica a riconoscere che non si arruolerebbe certo tra gli ‘apocalittici’. Non solo plaude alla diffusione sempre più ampia delle iniziative economiche che derivano dai mondi social, ma è convinta che tutto questo stia plasmando una nuova struttura, un mondo socialstructed. D’altra parte per la Gorbis il futuro per certi tipi di lavoro è già scritto: sarà affare delle macchine, dei robots. E quindi noi che fine facciamo? Dovremo prenderci seriamente carico di quelle abilità o qualità che ci differenziano da tutto ciò che potrà supplirci in certi tipi di compiti. Non si tratta di competenze specifiche né tantomeno tecniche. La prima di queste è proprio il sensemaking, ossia la capacità di discernere e trafficare la profondità – e quindi anche la prospettiva – di ciò che ci circonda e ci muove. Questa qualità è praticabile e feconda solo in un contesto social. Ma che quale fecondità può avere questa qualità così immateriale come la sensibilità per il significato? Beh, se abbiamo delle relazioni significative abbiamo già risposto alla domanda. Sarà forse anche per questo che, secondo la Gorbis, il secondo skill unicamente umano è l’intelligenza emotiva e sociale, ossia la qualità di generare comprensioni e connessioni capaci di muovere interazioni in profondità. I meccanismi e le regole di superficie non scompariranno certo, ma tenderà a cambiare il principio motore delle nostre relazioni, delle nostre azioni, e della nostra stessa resa: un pensiero capace di adattamento e di novità. Aggiungiamo a tutto questo che noi siamo gli unici esseri che sono capaci di riguardare ad ogni ambito del proprio essere e del proprio agire in termini di valori – di bene, di male, di giusto, di ingiusto – e ci ricorderemo che il quarto skill personale è il ragionamento morale ed etico. Anche questo, se ci pensiamo bene, è già il sale delle nostre relazioni più significative.

Nessuna competenza tecnica, quindi ma unique human skills. Già Goethe, d’altra parte, scriveva che noi dobbiamo curare le nostre qualità e non le nostre peculiarità.

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