Webooks. Verso la social organization

| July 30, 2014

L’Intelligenza collaborativa. Verso la social organization edito da Egea e scritto da Marco Minghetti è sicuramente una risorsa importante. Di esperienze, riferimenti bibliografici e siti, ricerche in corso – anche, ma non solo,  a livello accademico –,   scuole e reti in azione. Al centro di tutto: la forma collaborativa, in azienda, ma, prima ancora, nello sguardo e nella mossa “originaria” stessa di chi fa impresa, o lavora in impresa.
E, seguendo la pista aperta da Bradley e McDonald nel loro The Social organization. How to use social media to Tap the Collective Genius of your Customers and Employees (2011), Minghetti scende nei dettagli di questa forma collaborativa.

AZIENDA NON PIÙ PIRAMIDE MA RETE DI SCAMBIO INCESSANTE

Non solo offrendo uno spaccato ampio, anche culturale, della situazione e dei moventi che rendono imprescindibile il passaggio dallo scientific management al social management, ma anche proponendo piste, strategie, strumenti, griglie di pronto uso per trasformare l’usata ed abusata piramide aziendale in una più ibrida, interessante e feconda rete di incessante scambio di pensieri ed azioni.

Ormai, infatti, il mantra del Web 2.0 è sulla bocca di tutti, ma è difficile incontrare qualcuno che faccia i conti con serietà con le implicazioni concrete – e a più livelli – che quelle trasformazioni hanno avuto (e stanno ancora avendo) sul modo di concepire e strutturare l’impresa.

Ancor meno frequente è incontrare uno sguardo sulle trasformazioni dell’impresa in senso orizzontale e collaborativo che non si accontenti semplicemente di replicare in azienda usi e costumi dei social network, sedendosi poi ad attendere effetti 2.0 (o magari anche 3.0). Il nuovo contesto globale esige, invece, che si prenda sul serio a tutti i livelli la posta in gioco che emerge dalla nuova cultura di condivisione innescata dai nuovi mezzi di comunicazione sociale. I mercati infatti, osserva Minghetti riprendendo un’espressione di Fabris, sono ormai “conversazioni”. E questo esige cambiamenti che richiedono di essere assunti e ‘con-agiti’, perché non vengono da soli, automaticamente, dal mondo dei social media. E la tesi di Minghetti è chiara fin dalle prime pagine: “il fattore tecnologico non è sufficiente” (p. 4).
La vera posta in gioco è piuttosto quella di una vera e propria “dimensione comunitaria o conviviale” la cui linfa dev’essere un vero e proprio change management. Quando Minghetti scrive di social organization, infatti, ha in mente quello che innanzitutto è un cambiamento di paradigma, di mentalità: un percorso che riesca a valorizzare appieno l’intelligenza collaborativa dei membri di una comunità d’impresa.

SOCIAL MEDIA COME LUOGO

Da questo punto di vista la mossa interessante di Minghetti è quella di identificare i social media come un luogo. In questo modo, infatti, è possibile lasciare emergere con maggior chiarezza il fatto che lo strumento non è il perno esclusivo dell’impresa collaborativa. Dai social media certamente emergono prospettive, percorsi input di assoluta novità che danno a tutto questo una forma del tutto inedita e non schematizzabile. Anzi, Minghetti ne mostra nel dettaglio l’importanza centrale nell’ambito, ad esempio, delle HR, dalle recruiting strategy alla comunicazione pubblica. La vera novità scaturisce e diventa feconda, però, solo grazie ai quei soggetti che accettano di mettersi in gioco ad un livello che, fin dall’origine, è plurale, non-gerarchico ed ibrido. E per questo più impegnativo. Si sta parlando evidentemente di quel livello nel quale ogni ruolo di impresa si costruisce secondo una continua ed incessante abitudine allo scambio collaborativo. «Condividere, comunicare, collaborare», un incessante movimento bidirezionale interno/esterno che, secondo Minghetti, deve caratterizzarsi innanzitutto come scambio di conoscenza, prima ancora che di tecniche specifiche.

UNA NUOVA SINTASSI DELLE RELAZIONI AZIENDALI

Non si tratta di teoria. Minghetti indica nella community il “centro di sviluppo” di ogni social organization e ne analizza in lungo e in largo, nella prima parte del volume, le caratteristiche (reali e ideali). Ne mappa i punti di forza e di debolezza indicando concrete strategie di introduzione e di sviluppo della prassi collaborativa in impresa. Minghetti però rigetta ogni utopia “democratica”. Una impresa collaborativa prospera solo se nell’ombra – ma neanche poi troppo – operano guide illuminate. Guide che sono tali per la loro autorevolezza e coinvolgimento, non per la posizione in organigramma. “Attivatori”, quindi, non prescrittori di regole. E quello della leadership, come ben mostra il capitolo 4, costituisce uno dei veri e propri chiodi fissi dell’autore. Una leadership senza dubbio condivisa. Una condivisione, però, che non si ottiene con una pianificazione vecchio stampo, ma con l’emersione di una nuova “sintassi” – Minghetti parla di “dizionario” – delle relazioni aziendali. Dall’apertura alla metadisciplinarità, dalla mobilità alla velocità, Minghetti descrive con agilità le qualità intellettuali e pratiche di nuovi soggetti aziendali. Tanto più produttivi quanto più in sintonia con il cambiamento.

ULTERIORI APPROFONDIMENTI

Vuoi approfondire? Leggi l’articolo “Abbiamo inventato le tecnologie sociali, ora inventiamoci le organizzazioni sociali” di  Marina Gorbis sul libro “Weconomy, l’economia riparte da noi” a pag. 51 dal titolo

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