L’open innovation? È una pizza.

| November 13, 2012

Ricordate Local Motors?

Già nel nostro libro del 2010 gli dedicammo un “tweet” di case history nella “We Innovate Gallery” dedicata ad alcuni esempi rappresentativi di open innovation:

L’open source che non t’aspetti: nell’industria delle auto. Crowd-create a design process aperto e costruite in micro-factories locali.

Nel numero 2 del Quaderno Making Weconomy dedicato al Design gli abbiamo ritagliato un ulteriore spazio nella sezione “Make It” del capitolo sull’Open Design:

… in occasione dell’incontro all’evento Frontiers of Interaction 2012 con il suo CEO John Jay Rogers abbiamo avuto un paio di insight in più su questa vivacissima realtà dell’open source su quattro ruote in arrivo dall’Arizona. Il primo, in fatto di cultura d’impresa, è che “All You Need is LORE”: Leadership, Organization, Respect, Engagement, questi i 4 pilastri dell’innovazione secondo Rogers. Il secondo è riferito al nuovo payoff che campeggia sul sito ufficiale Local Motors: “Empowering a World of AutoMakers”. Non solo prodotto, dunque, quanto un servizio di “messa a sistema” della community di appassionati co-designer attraverso l’iniziativa Forge: una piattaforma fisico-digitale per condividere (con tanto di marketplace) non solo i propri progetti ma anche le proprie skills, dall’ingegneria alla modellazione 3D fino alla “manualità” pura.

Ora ritorniamo a parlare di Local Motors per segnalare una sua iniziativa in corso che ci pare emblematica sotto tanti punti di vista. Tanto per cominciare, è la storia di una “nuova alleanza” tra una startup e un’impresa “old school” di grandi dimensioni come la catena di pizzerie statunitense Domino’s Pizza (la seconda dopo Pizza Hut). Poi è la storia di una “business hybridization”, di una “disruptive partnership”, insomma – buzzwords a parte – di una combinazione di robe strane come le automobili da una parte e le pizze dall’altra, a riprova della liquidità e del continuo mutamento dei contesti. Ed è un esempio di progetto “auto”, “beta”, “co” – in una parola “WE” – che non potevamo proprio farci sfuggire.

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Di cosa si tratta? Come spiega la completissima pagina di progetto sulla citata community Forge, il brief  lanciato da Domino’s e condiviso con tutti gli AutoMakers Local Motors consiste nella co-progettazione dell’Ultimate Delivery Vehicle, il “veicolo di consegna definitivo” che i fattorini della catena potranno utilizzare in futuro. Il progetto è attualmente a cavallo tra la seconda (Packaging) e la terza (Interior) fase di sviluppo, dopo che la prima (Industrial Design) si è conclusa nelle scorse settimane con la selezione, tra i 125 concepts proposti, di quello del designer sloveno Anej Kostrevc.

Un’ulteriore punto di interesse è rappresentato dalla modulazione da parte dei community managers di Local Motors dei meccanismi di engagement e partecipazione: se, nella prima fase, la logica è stata quella di Competition pura tra i vari designer (certo non una novità per le piattaforme di crowdsourcing), nella seconda si è optato per una “Collaborative Challenge” (leggasi anche “coopetition”) mirata alla risoluzione collettiva del problema. Gli 8,000 $ di budget per questo step non saranno cioè ripartiti su base fissa secondo un “podio” di premiati quanto piuttosto condivisi tra vari utenti sulla base del loro grado di partecipazione al task.

Un caso interessante per molteplici ragioni, quindi. Last but non not least – come vedremo anche nel prossimo numero di Making Weconomy dedicato al mondo del retail, in uscita la prossima settimana – perché coinvolge un’impresa come Domino’s che nell’arena della Weconomy “Social” ci era entrata nel peggiore dei modi (un noto video-scandalo virale nel 2009) ma che da allora ha fatto tesoro delle sue lacune fino a trasformarle in un punto di forza.

Come a dire: “WE” non si nasce (non sempre, almeno), ma si diventa. Volendo.