New-Old Economy: l’anno del contatto?

| January 8, 2013

Avevamo chiuso il 2012 con questo post dedicato ad alcune “reviews” dell’anno trascorso; per riprendere il filo del discorso, ripartiamo nel 2013 con una nuova classifica-collezione delle migliori storie di “collaborative consumption” in campo internazionale.

A stilarla è di nuovo la rivista Fast Company, da tempo particolarmente sensibile a tematiche collaborative affini al mondo di Weconomy (o della “sharing economy”, o della “peer-to-peer economy”, “whatever you want to call it”, come segnala la classifica stessa). Si tratta di una “Top 8” che riunisce una serie di best practices in corso (dal car-sharing di RelayRides al nuovo “retailer for free stuff” Yerdle), ponendo sul piatto alcune questioni irrisolte su cui è interessante riflettere.

La storia numero 3, in particolare (“What’s the Future of the Sharing Economy?”), ci porta a ragionare su quello che è uno dei punti più critici delle pratiche collaborative che stanno emergendo in ambito startup: come si integrerà la marea crescente di micro-servizi di accesso “bottom-up” (il cui campione più citato, esemplare e rappresentativo è a oggi la piattaforma Airbnb – vedi quaderno Making Weconomy #2) con il macro-sistema economico delle imprese tradizionali, in massima parte ancora fondato su concetti di vendita “top-down”?

La prima questione introdotta dall’articolo è relativa ai posti di lavoro: dati alla mano ed entusiasmi a parte, neppure la tanto blasonata Silicon Valley californiana pare aver generato in questi anni un tasso di occupazione quantitativamente rilevante. Perfino Apple – continua il pezzo – impiega “solo” 40.000 dipendenti circa, contando anche gli addetti vendita dei suoi negozi. Molto rumore per nulla, allora? In realtà, ad essere in trasformazione è forse l’idea stessa di “lavoro”, dal momento che molte piattaforme collaborative – da Etsy fino appunto ad Airbnb – pur non impiegando direttamente grandi numeri di personale retribuito, consentono a migliaia di utenti di trarre dal loro utilizzo un profitto economico (dalla vendita dei propri manufatti, dal “micro-affitto” del proprio appartamento etc.) che, tirando le somme, è paragonabile ad uno “stipendio” vero e proprio. È il tema della micro-entrepreneurship, nozione altamente sensibile e a chiaro rischio di strumentalizzazione: da una parte, essa non può certo fungere da paravento o da panacea per la carenza di politiche di occupazione serie da parte delle istituzioni. Dall’altra, non può nemmeno restare una sorta di “zona grigia”, a cavallo tra web globale e territorio locale, fuori dai radar degli Stati e delle imprese tradizionali stesse.

E qui entra in gioco la seconda questione, quella relativa alla regolamentazione di queste nuove nicchie di economia “ad alta smaterializzazione”. L’argomento è a suo modo caldo anche in Italia (pensiamo alla recente puntata di “Report” dedicata alle “ombre” fiscali di Amazon), ma non può certo ridursi al solo dibattito in materia di tassazione. Come integrare, semmai, in un’ottica di crescita durevole e sostenibile l’innovazione dirompente delle avanguardie della weconomy con – in una parola – il “Sistema”? È questa la terza e cruciale domanda posta dall’articolo di Fast Company. Domanda da un milione di dollari (anzi, da molti di più), i cui indizi di risposta sono però contenuti nella domanda stessa, in particolare nella parola “integrazione”.

Se vogliamo cioè immaginare un futuro di durabilità e di valore reale per la weconomy, dobbiamo rintracciarlo in quei casi in cui “vecchio” e “nuovo” hanno mosso passi effettivi l’uno verso l’altro. Airbnb, per esempio, starà pure rivoluzionando “senza pietà” il modello delle catene alberghiere, ma sta al tempo stesso generando un indotto per le piccole-medie attività sul territorio di assoluta rilevanza. Il car-sharing, in prospettiva, rischia di infliggere il colpo di grazia a un’industria automobilistica già in crisi, eppure il caso della partnership tra General Motors e RelayRides di cui ci siamo già occupati nel Quaderno #1 non contiene forse in nuce l’idea di un nuovo modello di produzione di macchine, non più progettate per il possesso individuale ma per l’accesso a una mobilità condivisa? O ancora, il citato Yerdle – secondo cui “why shop when you can share” – non può forse accelerare la trasformazione dei retailer tradizionali, comunque in crisi quanto a vendita di prodotti, in fornitori di servizi relativi ai prodotti (usati) stessi? In questo articolo si parla già di partnership con il noto marchio di abbigliamento Patagoniama le vie e le opportunità del service design – si sa – sono infinite e imprevedibili.

A noi, alle imprese “old-school” tanto quanto a quelle nate ieri, il compito di percorrerle.