Talent Management: tra genio e intelligenza

| November 10, 2011 | 2 Commenti

Il talento, nella storia del pensiero umano, non viaggia mai da solo ma si confronta e riflette costantemente con il genio.

Il primo si rappresenta come valore e patrimonio dell’intelligenza e delle sue possibilità cognitivo/adattive, mentre il secondo connette tutto questo ai territori dell’immaginazione e della fantasia.

Detto ciò, gli aspetti superiori – quelli specificamente creativi – appartengono a entrambi sebbene a titolo diverso.

Mentre il talento è supportato dall’intelligenza nelle sue qualità più adattive e nelle sue abilità più professionali e tecnicamente apprezzabili, il genio si muove su spazi più legati all’immaginazione.

Talento e genio rappresentano quindi una coppia che divide aree di competenza diverse, e l’immaginazione ne rappresenta necessariamente la cerniera e l’elemento distintivo.

Dunque il talento non sa di esistere come tale e per queste ragioni produce, migliora e diversifica se stesso, continuamente.

Il genio, invece, si percepisce come tale, soddisfacendosi di se stesso. Ed è proprio in questo compiacersi che sta la sua grandezza e, inevitabilmente, il suo limite e la sua ridotta dinamicità.

In tali condizioni parlare di Talent Management significa cercare un ruolo per le abilità dell’intelligenza, per le sue risorse, per tutte le qualità delle quali può disporre e nelle quali crescere.

Chi sono i Talenti?

Sono persone che, in una prospettiva relativamente breve, possono garantire la copertura di posizioni strategiche all’interno di una organizzazione.

Persone, perciò, dotate di caratteristiche distintive, di forte personalità, con capacità già consolidate e/o potenzialità da sviluppare.

Ma ci sono dei rischi…

Spesso capita che la persona riconosciuta come “talento” rischi di dimenticare che esso vale, come quello di tutti, in funzione dei risultati che genera.

Frequentemente la persona pensa “sono un talento”, confondendolo con uno “status”, non investendo abbastanza sull’apprendimento e attendendosi, anzi, che il proprio valore sia riconosciuto a priori da tutti.

Possiamo quindi affermare come sia il verbo “essere” il vero nemico del talento, il quale – abbiamo detto in principio – deve scoprire il proprio territorio e non considerarsene, fin dall’inizio, il legittimo signore.

Solo allora la sua esplorazione potrà essere preziosa e vincente. Per sé, anzitutto, e per tutti coloro che avranno la ventura di condividerla.


  • se il verbo essere è il nemico del talento (e sono d’accordo con te amico Usaim!) allora il talent management è un costante gioco per allenare il passaggio della “potenza” all’ “azione”. il talento va esercitato e allenato senza tregua. Aggiungo un paio di riflessioni. mi piace pensare che la sfida per le imprese, che ragionano come organismi e non organizzazioni, è quella di coltivare il lato talentuoso in ogni persona. creare contesti e contest per far emergere il lato nascosto. i “talenti” non devono essere una selezione ma un cluster poroso aperto a tutti quelli che ci mettono la faccia. il talent management per me deve imparare dai talent show televisivi (cuochi, cantanti, artigiani) dove i protagonisti crescono perchè superano continuamente nuove prove e non perchp seguono un percorso di formazione!

  • Aggiungo un paio di letture più o meno pertinenti al riguardo:
    – una proposta di trend 2012 per il talent management:http://www.ere.net/2011/12/05/10-predictions-for-2012-the-top-trends-in-talent-management-and-recruiting/
    – un pezzo di hbr sul potenziale di innovazione anche quando non si è “the big boss”:
    http://blogs.hbr.org/cs/2012/02/how_to_innovate_when_youre_not.html