Tra nomadismo e collaborazione (pt.1)

| February 8, 2012

Quando mia figlia aveva tre anni e un tot, fece la sua prima osservazione astronomica: C’erano due lune. Una a forma di banana, e l’altra a forma di palla”.

Io rimasi stravolto da quella osservazione. Il fatto di guardare il cielo stellato d’estate non era certo un motivo sufficiente a giustificare quella sua osservazione acuta e personale. E poco importava che fosse errata.

A cinque anni però – con un iPad tutto suo – smanetta tranquilla in un “gioco” che altro non è che la mappa del sistema solare, e ha consapevolezza che – in qualche modo – noi tutti siamo su un pianeta, e che zoomando abbastanza si vede la casa del nonno, in Sicilia.

E che di contro, quando da quella casa al mare si guarda il cielo notturno colmo di stelle, basta anteporre un iPhone tra noi e lo spazio per scoprire i nomi, le distanze e la tipologia delle stelle che vediamo punteggiare la notte.

Io non riesco ad immaginare, 35 anni fa, me bambino avere questa consapevolezza.

Questo esempio, criticabile e parziale quanto si vuole, dimostra che noi umani ri-definiamo continuamente ciò che siamo. E non serve neanche attendere un salto generazionale o un tema forte come l’apprendimento di base. Per vedere questo cambiamento, è sufficiente guardare al nostro quotidiano, mutato dal nomadismo e dagli strumenti di collaborazione remota, attraverso i quali abbiamo ridefinito la nostra dimensione spazio-tempo, piegando il vicino e il lontano.

Una delle storie che ricordo con piacere, e che può spiegare ciò che intendo, è avvenuta al tempo di Second Life.

E’ già abbastanza strano esprimersi al passato, riferendosi ad un “mondo online” che assomiglia moltissimo al metaverso concepito da Neal Stephenson e che ha attratto – anzi, ipnotizzato – milioni di persone sul pianeta.

Ritornandoci, vedreste un mondo in cui ogni essere umano è mediato da un avatar, e vive una terra plasmata da altri esseri umani, dove ogni oggetto è fatto di pixel e di codice, ed ha un creatore e un proprietario.

Un giorno – era il 2006 – ero un ufficio e mi arriva un SMS: Puoi venire a darmi una mano con il divano, per favore?”.

Ma perché uno che ti chiede una mano a spostare un divano dovrebbe mandarti un SMS? Beh, nel caso in questione la persona che mi ha mandato l’SMS era a Roma. Io ero a Milano. Il divano era in un mondo online. Il divano, di per sé, non era “pesante”, ma era una mia “proprietà”, e Axellbor – l’autore dell’SMS – non aveva i permessi necessari per spostarli. Solo che a breve sarebbe cominciato un evento di “collaborazione online” per cui andava preparata la sala, e il divano stava proprio nel posto sbagliato.

Non c’era altra soluzione che interrompere quello che stavo facendo, e immergermi in quel mondo di bytes. Signor Scott, energia!

Tra le righe di questo episodio risalente a più di un lustro fa è nascosto uno spunto che ritengo molto interessante e che riassumerei così: quando ero ragazzo, i modi di comunicare con gli altri erano, tutto sommato, pochi. Potevi andare a trovare – e quindi vedere di persona – chi desideravi incontrare, oppure potevi telefonargli. Certo, le lettere, le cartoline… erano ancora una potenzialità, ma davvero poco usate.

Se adesso ci inventassimo – se non altro come artificio utile a questo racconto – una metrica per indicare la forza dei vari stati di comunicazione, si sarebbe potuto dire che – quando ero ragazzo – si comunicava in modo “100”, ovvero dal vivo, pienamente, in modo sincrono. O in “modo 40”, sincrono ma solo in voce.

Nell’esempio del divano, c’era innanzitutto l’SMS, ovvero l’ingaggio. L’SMS, perfetto per prendere la mia attenzione immediata, probabilmente avrebbe un punteggio vicino al 25, perché tende alla comunicazione sincrona e giunge su un cellulare che è – per definizione – estremamente personale.

Certo, Axellbor avrebbe potuto mandarmi una email, ma questo – probabilmente – lo avrebbe costretto ad attendere troppo restando “lì dentro a quel mondo online” e senza sapere se l’avessi letta davvero. Quella email, probabilmente, sarebbe stata una comunicazione di livello 10, o 15 al massimo. Insomma, rasente il minimo.

Di contro, quando fossi entrato nel mondo online a spostare il divano, avremmo usato un tool sincrono ed estremamente personale.

In un mondo online normalmente non si vede la tua faccia reale perché sei mediato da un avatar. Al contempo, lo spazio attorno a te è così malleabile da poter diventare una esternalizzazione di te stesso. Nel caso del mio avatar, l’intera grande isola nella quale “viveva” era un’estensione del personaggio. Un modo di creare una scenografia da film attorno all’attore. E quanto vale questo livello di comunicazione nella nostra scala? Forse 80 perché non è “live” come una video conference, o forse 120 su 100 perché esprime una personalità, una intimità e dei bisogni che dal vivo non necessariamente trovano modo di essere espressi, mentre nel mondo online possono essere palesemente rappresentati in pixel.

Quindi, rispetto alle due o tre modalità di comunicazione tra loro abbastanza distanti e diverse, nell’esempio del divano emergono molte più sfumature e sfaccettature. C’è un canale di comunicazione adatto ad ogni circostanza e – scegliendo quello giusto – ancora prima di veicolare il messaggio si sono date tutte le necessarie informazioni a cornice.

[continua nella prossima puntata…]