“Tu mì, inglisc is mor den inaf”

| December 12, 2012 | 1 Commento

Essere sul mercato – ed esserci in modo competitivo – comporta sempre più spesso scelte collaborative che ci spingono a valicare le Alpi, ad attraversare il Mediterraneo o a volare oltreoceano: conoscere perfettamente l’inglese è un ottimo punto di partenza, quindi… anzi no! Conoscere perfettamente l’inglese “era” un ottimo punto di partenza.
La capacità di comunicare verbalmente con culture altre attraverso codici e canali condivisi (come la lingua inglese, ad esempio) permette sì una veicolazione di concetti astratti più o meno strutturati, più o meno esatti sintatticamente, più o meno efficaci, ma c’è dell’altro.
Ciascuna cultura ha generato una serie di stilemi e protocolli comunicativi propri – condivisi, applicati e decodificati istintivamente tra membri della stessa cultura – che sfruttano anche emissioni non verbali e paraverbali, e il tutto per un ammontare pari al 93% dell’atto comunicativo.
Ciò significa che la sola comunicazione verbale – seppur ricca e versatile – occupa il restante 7%: è sufficiente? Sarebbe come accettare l’assioma che «emettere suoni articolati dalla bocca durante un incontro con ospiti internazionali è il massimo raggiungibile per creare uno scambio e avviare una collaborazione proficua per ambo le parti»: ciò che evoca una tale situazione è un’immagine (ben poco rassicurante) di robot che a turno pronunciano frasi di senso compiuto.
Ma quali sarebbero i risultati di una trattativa con referenti internazionali se riuscissimo ad andare oltre questa soglia? E’ una domanda a cui non è arduo rispondere, dal momento che i risultati delle ricerche e delle sperimentazioni in tal senso garantiscono una massa critica interessante che dovrebbe spingere chiunque ad approfondire temi quale la prossemica internazionale e le interazioni con referenti internazionali.
Si tratta semplicemente di conoscere ed utilizzare le norme comportamentali dell’atto comunicativo racchiuse (e raramente dischiuse) in quel rilevante 93%: la prossemica è una disciplina semiologica introdotta da Edward Twitchell Hall che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione, sia verbale che non verbale.
Ad oggi, ci si basa su luoghi comuni o preconcetti che in qualche modo delimitano in modo schematico l’”altro”: ciò, non solo ci permette di economizzare in fatto di analisi antropologica ma – aspetto ben più importante – ci rassicura; ci garantisce la certezza di poter gestire tavoli di discussione con ospiti di ogni nazionalità: i tedeschi sono puntuali, gli inglesi sono discreti, i giapponesi hanno un estremo senso del rispetto e così via…
L’evoluzione che ha spinto le varie culture a sintetizzare alcuni tratti caratteriali di membri di culture differenti rappresenta una mappa molto spesso abbozzata e non sempre aggiornata. Se la comunicazione e la prossemica sono in continua evoluzione (di pari passo con il progresso tecnologico e scientifico), basarsi limitatamente sul sano buon senso e sui dettami dell’educazione o della “business etiquette” non fa altro che rafforzare tali preconcetti e fossilizzare la ricerca di tratti realmente distintivi di ciascuna cultura.
Prendiamo, ad esempio, ciò che la business community ritiene essere distintivo in noi italiani: siamo creativi (ma anche inclini a infrangere le regole), solari (ma pur aggressivi e chiassosi in caso di situazioni problematiche), ecc… E’ un ritratto sommario e limitante, basato esclusivamente su dati esperienziali e via via diffusi che, di volta in volta, acquisiscono una valore sempre più solenne, granitico.
Ciò che ci si aspetta da noi è, ad esempio, una maggior sforzo ad “educarci” (in senso psicologico/comportamentale) al maggior rispetto dei tempi e delle scadenze, a non divagare troppo e ad affrontare subito il nucleo della discussione in modo chiaro, sintetico, strutturato: rinunciare alla nostra ricchezza nell’esposizione verbale (e non) non significa cancellare la nostra evoluzione comunicativa ma avvicinarci in modo efficace e vincente all’altro e aumentare le possibilità di essere considerati alla stregua di partner affidabili e con i quali un’eventuale collaborazione non rappresenti (più) un momento di stress ma di ricchezza.
Collaborare significa incontrarsi a metà strada, rinunciare a atteggiamenti tipici (e sommariamente diffusi) della propria cultura e adattarsi di volta in volta alle situazioni del mercato.
La misura entro la quale i benefici si mantengono superiori ai sacrifici va fissata in un punto che garantisce il mantenimento di una propria identità culturale e allo stesso tempo mette in campo stili comportamentali socialmente accettabili dall’altro. Non di più e non di meno.


  • Miriam

    Peccato che gli italiani portino la “nominata” e gli altri fanno i fatti. La maggior parte degli inglesi non è per niente affidabile e puntuale. Sono discreti se a corto di alcolici, dopo un paio di bicchieri diventano più chiassosi di noi. In molti non hanno voglia di impegnarsi nel loro lavoro e ciò prescinde il ceto.

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