Weconomy: ritorno alle persone

| February 9, 2011

Nell´economia dell´immateriale di oggi, le imprese vendono idee prima di vendere i prodotti. Questi vengono anticipati dalle idee – che circolano molto più rapidamente e su grande scala – e arrivano post factum, quando il consumatore è già convinto. Cerca quel prodotto ed è disposto a pagarlo per quanto “vale” (dal suo punto di vista).

Nei casi in cui le idee sono buone, dovunque abbiano avuto origine, esse si propagano nella filiera produttiva mobilitando l´intelligenza plurale di fornitori, produttori, ricercatori, distributori ecc., fino a che vengono fatte proprie dal consumatore finale. La loro diffusione in paesi e in settori diversi moltiplica gli usi della stessa idea di base, moltiplicandone anche il valore in proporzione alla dimensione del suo bacino di uso.

E´ per questo che, pur rimanendo ancorati ad un corpo e ad un contesto indiscutibilmente materiale, oggi abbiamo l´impressione che il valore si smaterializzi, seguendo più il movimento delle idee che quello dei corpi. Qualche volta ciò accade solo perché l´idea che precorre la produzione materiale di un oggetto, per materializzarsi alla fine in un telefonino, in un vino di qualità, in un pranzo nel ristorante preferito. Ma stanno diventando sempre più importanti i casi in cui l´idea circola e viene scambiata, sul mercato, sotto forma di bit (un CD, un file acquistato on line) che generano musica, videogiochi, film e divertimenti di varia natura, senza tradursi mai in un prodotto materiale. In tutti e due i casi, è il rapido trasferimento delle idee e la loro riproduzione a basso costo in un bacino di uso sempre più vasto che genera il valore economico, facendo rendere gli investimenti fatti nel campo.

Un´economia del genere, per funzionare, ha bisogno delle persone. Ha innanzitutto bisogno dell´imprenditore che propone un´idea di business innovativa, diversa da quelle già in essere. Tocca poi alla filiera elaborare l´idea, grazie al lavoro di professionisti del design, della progettazione, del marketing, della comunicazione, del controllo di gestione, della logistica e delle lavorazioni materiali necessarie, in modo da concretizzarla in una proposta “vendibile”. I ricercatori che, nei vari campi, si danno da fare per capire i problemi che nascono e trovare soluzioni innovative sono parte integrante di questo processo. I distributori hanno a loro volta un ruolo importante perché devono, in base alla loro esperienza del mercato, intuire la domanda latente e indirizzare la produzione con ordini appropriati, ad ogni stagione. Infine – last but not least – perché l´idea decolli, in termini di valore, ci vogliono (molti) consumatori che se ne innamorino o comunque se ne impadroniscano, per arricchire la loro esperienza di vita. Essendo disposti a pagare quello che costa e magari – se i moltiplicatori in gioco sono elevati – anche molto di più.

Sempre di più, oggi, le imprese e le reti produttive mettono insieme persone che, con il loro immaginare, comunicare e convincere assegnano valore alle idee, rendendole condivise. Esse diventano fonte di valore nel momento in cui danno forma ad un impegno comune – di condivisione e di servizio reciproco – alle comunità sociali e ai produttori a diverso titolo coinvolti.

La produzione personale, infatti, è anche – e necessariamente – produzione sociale, perché le persone non sono tasselli che si possono mettere o togliere a comando, in base a qualche dispositivo di potere o a qualche automatismo tecnologico, ma sono soggetti attivi, che contribuiscono a dare forma al mosaico complessivo e al suo significato. Nel bene e nel male, lo straordinario valore che il mercato ha attribuito all´iPhone della Apple è il risultato di un processo collettivo, che ha coinvolto milioni di persone portandole ad aggregarsi intorno ad una certa visione del mondo e a sentire emozione in un certo modo di stare insieme: il totem condiviso è la chiave del valore sottostante a queste due esperienze.

Non è diverso, intendiamoci, il mondo di significati e di valori creato dalla rete di ristoratori, produttori agricoli e consumatori organizzati da Slow Food intorno all´idea di un ritorno alla Terra Madre, mediante il cibarsi naturale; o quello che un adolescente crea, in comunione con la sua tribù di appassionati del genere, intorno all´ultima release dei suoi jeans Diesel, appena comprati.

Se il mondo in cui viviamo non è più dominato dalla necessità dei bisogni “oggettivi” a cui rispondere, ma è liberamente creato dalle idee che costruiscono desideri e mezzi semantici per soddisfarli, in questo lavoro di world making sono le persone ad essere la nuova fonte del valore. Più della tecnologia, più del calcolo, più del potere organizzativo in sé. Tutte queste cose sono scritte sui manuali, ma servono solo se oggi vengono messe al servizio dello spirito di iniziativa e dell´intelligenza fluida delle persone. Non degli individui, intendiamoci, ma delle persone che portano con sé l´esperienza del rapporto con gli altri. Il valore comincia a prendere forma nel momento in cui le persone – dalla produzione al consumo – cominciano a vedere se stesse nello specchio dell´esperienza collettiva di quel mondo che insieme costruiscono e abitano. Un mondo in cui le cose che veramente hanno valore o quelle che non lo hanno più sono definite con codici scaturiti dalla loro immaginazione condivisa e dal loro dialogo.

We economy: un continente inesplorato e aperto. Ricco di promesse, ma solo per chi organizza l´esplorazione come un´esperienza collettiva, dove va avanti partendo dalle mappe che sono il resoconto dei viaggi – verso la stessa meta – fatti da altri. Un resoconto che, nella we economy, è destinato a portare con sé anche quando si troverà solo nel grande mare del nuovo e del possibile.