“Eccellenza è fare cose ordinarie straordinariamente bene”. Questa citazione da John W. Gardner è un’espressione perfetta di come possiamo definire l’eccellenza: fare qualcosa di ordinario in modo davvero speciale, usando tutte le risorse presenti fuori e dentro di noi. Chi è in contatto con la propria eccellenza sa dare forma al contesto in cui si muove, esprimendo la propria unicità, può dare il meglio di sé senza forzarsi ad essere qualcun altro, trovando la giusta misura del proprio valore. Se osserviamo una persona “eccellente” nel proprio ambito notiamo la naturalezza e la libertà con cui si muove, nonché il senso di “allineamento” che esprime nel suo essere.Raggiungere l’eccellenza comporta la capacità di riconoscere ciò che “è presente” e abbracciarne la complessità, far convivere elementi che appaiono opposti sviluppando “complementarietà generativa”. Vuol dire favorire in noi stessi e negli altri l’attitudine ad un pensiero e-e, un pensiero che “include”, non o-o, che invece elimina e esclude. Possiamo meglio comprendere il concetto di complementarietà “generativa” usando la metafora dell’andare in bicicletta: per riuscirci dobbiamo combinare movimento e stabilità, solo muovendoci possiamo infatti restare in equilibrio. Siamo eccellenti dunque quando sappiamo conciliare la stabilità e il cambiamento, far convivere la nostra paura e il nostro coraggio, quando siamo capaci sia di seguire sia di rompere le regole, quando sappiamo unire “disciplina” e “senso di libertà”.Riconnettersi con tutte le risorse presenti dentro di noi comporta il dover risolvere un conflitto implicito tra due complementarietà che viviamo spesso come opposte. Accettare questo paradosso è la fonte di una libertà profonda e di un’apertura generativa. La complementarietà generativa per un leader è ad esempio la capacità di far convivere nel proprio stile arroganza e umiltà, compassione e spietatezza, generosità e gratitudine. L’arte di integrare gli elementi che sono considerati incompatibili, gli permette di sviluppare più facilmente le proprie e le altrui potenzialità. Trasformare in una risorsa ciò che percepiamo come un limite diventa dunque una condizione necessaria per raggiungere l’eccellenza e mantenerla nel tempo, nel rispetto delle nostre naturali attitudini e predisposizioni. Prendiamo come esempio la timidezza. Per alcuni modelli di leadership, culturalmente e storicamente condivisi, la timidezza è vista come un ostacolo. Ma in quali casi può trasformarsi in una risorsa e favorire il raggiungimento dell’eccellenza? Pensiamo per un attimo a cosa è nei fatti la timidezza e cosa produce: una persona timida ha di solito una sensazione sgradevole quando è al centro dell’attenzione. In che modo allora può un leader utilizzare questa caratteristica, se la possiede? Ad esempio portando con forza l’attenzione sugli altri, portando il suo team all’eccellenza senza necessariamente mettersi al centro della scena. Nonostante la sua apparente semplicità, è proprio questa la strategia che i leader timidi di fatto utilizzano. Gandhi ci insegna che con la gentilezza si può scuotere il mondo. Il presupposto profondo per la ricerca dell’eccellenza dunque è che tutto può essere una risorsa e tutto del sistema (persona, organizzazione) può, e deve, essere utilizzato, sia ciò che interpretiamo come luce, i nostri punti di forza, sia ciò che percepiamo come ombra, gli ostacoli “apparenti”, in cui spesso troviamo in realtà gran parte della nostra forza.
Dal pensiero o-o all’azione e-e
Quando si genera l’eccellenza? Ogni volta che riusciamo a conciliare elementi apparentemente incompatibili.

Magazine
HR: Human (R)evolution
La “Rivoluzione dell’Impresa” che mette la persona al centro del suo futuro. Una rivoluzione che trasforma la Persona umana da risorsa ad “atleta, acrobata, artigiano”.
Articoli correlati
Community manager: i costruttori della presenza
Quando adottiamo il punto di vista delle organizzazioni UFO, una business community non è solo una piattaforma: è un metodo di lavoro che unisce team interni, referenti e clienti finali.
We: tre esempi di impresa collaborativa
Google, Etsy e Slow Food. Tre esempi in cui la persona è al centro.
Cerchi e linee: metafore per una società post-razzista
Abbiamo bisogno di una nuova metafora per la comunità che non sia un recinto, un cerchio chiuso. Immaginare comunità post-razziste è possibile se riusciamo a sviluppare un coraggio intellettuale sulla materia e l’empatia.
Orientiamo la collaborazione verso le nuove generazioni. Per uscire (finalmente) dalle logiche del 900
Sei generazioni convivono e, nelle organizzazioni si incontrano due secoli: Baby Boomer ancora al comando, Gen Z meno rappresentata ma portatrice di nuove attese. Il vantaggio competitivo nasce quando il lavoro si riprogetta con i giovani: ingaggio, riconoscimento, sperimentazione. Se no crescono stress e fuga dei talenti. La longevità allunga le carriere: servono strumenti e politiche attive che orientino scelte e trasformino idee in occupazione di qualità. Senza replicare schemi del ’900.
La sostenibilità come solidarietà tra generazioni
Non si può affrontare la sostenibilità in azienda senza attivare un percorso di cambiamento complessivo, che coinvolge anche l’impegno delle persone.
Feedback is the (new) content
Il ruolo e l’importanza del cosiddetto “feedback” da parte dei Clienti è un dato di fatto; ma come progettarlo? E come renderlo efficace – anche nell’ambito delle business community – rispetto ai nostri obiettivi?
Flow: una definizione
L’impresa collaborativa collabora. Per far questo mette in atto una serie di processi e offre una varietà di strumenti per favorire lo scambio e la condivisione di informazioni e saperi al suo interno e al suo esterno, che disegnano la struttura portante del suo business.
Uno, nessuno, centomila Self
Come si può collaborare con gli altri se non si collabora prima con tutti gli io contenuti in noi stessi?