Può il mondo degli affari imparare qualcosa dalla rivista Le monde diplomatique? Come concetto e spirito, sì, eccome. Le organizzazioni aziendali mutano e si adeguano ai contesti. Il mondo, la società, la democrazia e l’umanità sono oggi in crisi e in perenne emergenza. La parola crisi è onnipresente. Il futuro scompare dietro l’orizzonte, in una nebbia di paure, ansie e incertezze che assumono dimensioni quasi apocalittiche. Ora c’è bisogno di altro. Anche in azienda. In questo periodo di sovrapposizione di rischi le imprese devono affrontare nuove sfide. Più pragmaticamente cambiare pelle per aprirsi al mondo, in modo diplomatico.
L’impresa bellicosa
Finché c’è guerra c’è speranza (vecchio film di Alberto Sordi). Giusto. Se non vendi più veicoli per neopatentati puoi sempre vendere veicoli per neoguerrieri. Basta un piccolo lavaggio del cervello. Basta far credere che è inevitabile. C’è una cospicua parte del mondo che non si arrende ma pretende una sana e vigorosa economia di guerra per tutti. E curiosamente (almeno per noi) non è tanto l’altra parte del mondo ma il nostro mondo occidentale a cercarla e volerla per imporre il proprio modello “superiore”.
Si gioca alla guerra e, almeno in Occidente, si gioca di nuovo alla guerra perché, prima o poi, come scrive il filosofo morale Andrea Zhok, «il capitalismo ha bisogno della guerra» per sopravvivere. Il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, quando viene meno la prospettiva di accrescimento del profitto, o quando è troppo indebitato, l’ultima risorsa è il conflitto, che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione, ricostruzione e controllo sociale. Guerra, poiché è un gran bell’evento che “ricarica l’orologio della storia economica”, ed elimina quella saturazione delle prospettive d’investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo.
Per le imprese si tratta già di scegliere da che parte stare nella storia. Da tedesco so dove stavano le imprese nella prima e seconda guerra mondiale. Non di buon auspicio.
L’impresa multipolare
Fare previsioni diventa difficile. Indubbiamente, stiamo assistendo a uno scontro unipolare vs multipolare e a infiniti e anacronistici scontri di civiltà, stile grandi crociate del passato, che va ben oltre la figura di Trump, che è solo un catalizzatore e acceleratore dello “spirito geopolitico del tempo”. È la guerra, non solo commerciale, del nostro tempo. Tocca ai manager e alle imprese tendere la mano e gli sforzi a un mondo a economia multipolare, che non è la stessa cosa di economia globale o globalizzazione. Implica vari poli di influenza politici ed economici significativi e bilanciati nel rispetto reciproco. Soprattutto implica che imprese e manager facciano il pieno di culture e stili manageriali di “altri mondi” per diventare multicompetenti. È la sfida del futuro. È un tema molto caldo non a caso il recente libro Deglobalizzazione di Fabrizio Maronta (autore e consigliere scientifico e responsabile relazioni internazionali di Limes) analizza questo nuovo mondo senza più un centro.
L’impresa geopolitica
Quello che è certo è che questi rischi globali e “fuori portata” delle imprese devono essere alla portata delle riflessioni strategiche di ogni impresa, anche la più piccola. La geopolitica, un tempo un gioco di società dell’alta società, di quelli che contavano veramente, ora riguarda tutti. Le competenze geopolitiche e geoeconomiche sono da qualche anno quasi obbligatorie per ogni manager. È lì che bisogna investire, anche in formazione.
L’impresa diplomatica

Non siate tesi. È solo un’era tesa. Smussare asperità. Gestire la conflittualità. Studiare l’attualità. Make America Great Again, Make China Great Again, Make Russia Great Again, Make Europe Great Again. Tutti vogliono diventare più grandi. Almeno ancora una volta. Forse l’ultima. Dazi a sprazzi e guerre non solo commerciali. È un trend “multipopolare” che poggia sulla tensione multipolare. Nessuno vuole cedere. Nessuno vuole arretrare o veramente trattare. È così. Quando i grandi litigano, i piccoli soffrono. Vale in famiglia e vale nel mondo delle imprese, anche di quelle piccole. La politica industriale, i controlli sulle esportazioni e i dazi doganali sono diventati strumenti di tensione geopolitica e possono modificare radicalmente le condizioni dei mercati locali. Il carrello della spesa si fa anche barometro geopolitico, con cittadini che evitano prodotti provenienti da paesi che disapprovano politicamente. L’andamento del commercio in generale e del comportamento dei consumatori dimostra quanto siano interconnessi i conflitti geopolitici, le condizioni economiche generali e il comportamento del mercato. In questo contesto non c’è scelta.
Avere capacità di gestione diplomatica, ovvero di agire con avvedutezza, equilibrio, discrezione e tatto diventa un must anche per manager e imprese. Soprattutto per trattare (di nuovo) con il resto del mondo. Siamo poco più del 10% nel mondo, ma affermiamo che siamo quelli giusti e tutti gli altri (90%) sono sbagliati. Questo modo di vedere il mondo non è controproducente solo per una pacifica convivenza sociale, ma anche per una pacifica convivenza economica. Bisogna cambiare rotta e abbandonare i politici e il loro servilismo verso i poteri forti.
L’impresa ultracollaborativa
Non c’è futuro per l’umanità se si litiga. Bisogna accordarsi, rappacificarsi e intendersi. Soprattutto bisogna superare la norma. Andare oltre la solita collaborazione. In una epoca storica e politica in cui le regole valgono solo sulla carta, nella retorica astratta dei discorsi mediatici, ma non nella vita reale dove i poteri fanno e disfano, affermano e poi smentiscono facendo tutt’altro. Ecco: in una tale epoca di nichilistico e autodistruttivo isolamento fatto di doppi e tripli giochi, l’impresa proprio qui, dove la collaborazione viene meno, deve “imporla” a tutti i livelli. Questione di immaginazione. Multicollaborazione. Geocollaborazione. Nuovi termini per un nuovo futuro. E attenzione. L’impresa oggi deve avere un ruolo politico, nel vero senso della parola. Le imprese non devono andare a rimorchio della politica. Compiacerli e/o creare alleanze o scambio di favori di piccolo cabotaggio. Qui si tratta di pensare in grande, di nuovo. Per tornare, almeno idealmente, ai fasti del miracolo economico. Le imprese dovrebbero rappresentare un vero “contropotere” alternativo (tipo il vecchio “quarto potere” dei media) con cui gli altri devono dialogare. Non visto come opposizione ma centro di una nuova posizione che prende posizione con nuove idee, un riferimento strategico per il futuro sistema Italia.

L’impresa sistemica
Che fare in prospettiva? Da sempre l’umanità ha dovuto affrontare situazioni complesse, che nella maggior parte dei casi non sono riconducibili, come pretende il pensiero meccanicista riduzionista, a un’unica causa. La gestione di conflitti e crisi ingarbugliate potrebbe richiedere in futuro, prima di tutto, un nuovo modo di pensare, comunicare e agire proprio da parte di noi umani, con prospettive basate su elementi interconnessi e interdipendenti. Ora il pensiero sistemico così come la teoria dei sistemi sono cose difficili da maneggiare in impresa, ma indispensabili. Il passaggio a un paradigma sistemico potrebbe fungere da catalizzatore per numerose innovazioni sociali. Oltre al potenziale per la risoluzione di grandi problemi, come l’interazione uomo-macchina, potrebbe anche servire a riorganizzare il sistema educativo e promuovere modelli di gestione aziendale sistemici. Tuttavia, trattandosi di una trasformazione dell’essere umano stesso, ovvero di un nuovo modo di vedere le cose, l’introduzione e diffusione nelle organizzazioni potrebbe essere ancora molto lontana.
