Viviamo un tempo in cui le grandi narrazioni si dissolvono. E il mondo si chiude e si arrocca. Non è solo una percezione soggettiva. Come osserva l’artista e giornalista James Bridle, autore di Nuova era oscura: “L’abbondanza di informazioni e la pluralità di visioni del mondo oggi disponibili non stanno producendo consenso e coerenza, ma una realtà lacerata da narrazioni semplicistiche, teorie del complotto e politica post-fattuale.” Mark Fisher chiamava questa condizione la “scomparsa del futuro”, perché il domani non è solo incerto, è diventato impossibile da immaginare. E in un mondo acentrico e frammentato, dove il futuro non è più migliore, ma un maelstrom di contraddizioni, la domanda diventa radicale: cosa alimenta le trasformazioni, oggi? Perché una cosa è certa: la realtà non si ferma. Nonostante tutto, il mondo continua a cambiare.
Cosa alimenta le trasformazioni, oggi?
Ancoriamoci alla realtà.
E se la risposta non fosse in nuovi strumenti magici che, mentre promettono di aumentare la nostra capacità di previsione, inevitabilmente continuano a deluderci? Pensiamo invece di dover partire dalle aspettative emergenti, intese come elementi che indicano dove guardare nella realtà in trasformazione e, insieme, urlano la necessità di cambiare approccio. Ma prima di procedere, serve fare chiarezza su cosa intendiamo per aspettative, perché vanno tenute ben distinte dai bisogni e dai desideri. Se adottiamo un punto di vista sociologico, i bisogni hanno tratti stabili: sicurezza, appartenenza, riconoscimento, autonomia. Sono le necessità profonde che attraversano culture e generazioni. I desideri, invece, sono le forme culturalmente specifiche che i bisogni assumono: una casa di proprietà, una carriera lineare, un matrimonio perfetto, la mobilità sociale attraverso l’educazione. I desideri vengono plasmati dalle narrazioni dominanti, dalle promesse culturali, dal contesto famigliare. Le aspettative emergono dall’incontro tra desideri e realtà. Sono ciò che ci aspettiamo accada se seguiamo determinate regole: se mi laureo e lavoro duramente, avrò stabilità economica; se faccio sacrifici, verrò ricompensato; se seguo un percorso tracciato, raggiungerò i miei obiettivi. Le aspettative sono percorsi di vita, che devono essere continuamente riattualizzati, altrimenti rischiano di portare le persone in vicoli ciechi. Perché c’è un problema profondo da affrontare. Lauren Berlant, teorica culturale, lo ha definito “ottimismo crudele”: è quell’attaccamento a oggetti di desiderio che, anziché spingerci in avanti, finiscono per ostacolarci. Ed è questa la condizione della contemporaneità, perché le sicurezze sulle quali si fondano le nostre aspettative – come una carriera lineare o la mobilità sociale, appunto – appartengono a un territorio ormai scomparso. La realtà continua a dirci “no, tutto ciò non esiste più”, ma noi continuiamo a seguire lo stesso pattern. Da qui nasce un ribollire di azioni, scelte, frustrazioni ed esperimenti da intercettare, per navigare le frammentazioni e attivare una nuova progettualità.
Non soluzioni, ma anti-problemi
Ma come si attiva questa nuova progettualità fondata sulle aspettative? Esiste una tecnica di problem solving chiamata “anti-problema”, che capovolge l’approccio tradizionale: invece di chiedersi “come risolvo questo problema?”, si domanda “come potrei ottenere l’opposto di ciò che voglio?”. E quindi, se la sfida è aumentare le vendite di un prodotto, l’anti-problema diventa: “Come faccio in modo che i clienti NON lo comprino affatto?”. Le risposte emergono in forma inaspettata: rendere invisibile l’oggetto, complicarne l’acquisto, non comunicarne il valore. E improvvisamente diventa chiaro dove le strategie falliscono, quali soluzioni inedite non stiamo applicando. È una tecnica utile perché costringe al confronto con la realtà. L’anti-problema ci obbliga a vedere i pattern nascosti, a riconoscere dove stiamo fallendo. Gregory Bateson, antropologo e teorico dei sistemi, lo chiamava “apprendimento di secondo ordine”: non imparare nuove risposte dentro lo stesso sistema, ma cambiare il sistema stesso che genera le domande.
Come stare nei guai? (e uscirne vivi)
Non cerchiamo quindi la grande soluzione, l’unica risposta, la trasformazione radicale. Cerchiamo quelle che Jane McGonigal chiama “protopie”: una fusione di prototype + utopia. Un futuro fatto di prototipi concreti, azioni simbiotiche, pluralità e continui reality check con il presente. Non perché sostituiamo crisi con opportunità o perché rinominiamo i problemi in chiave positiva. Ma perché, come ci insegna Donna Haraway, dobbiamo imparare a “stare nei guai” – staying with the trouble. L’anti-problema non nega che ci siano tensioni, conflitti, sistemi che collassano. Al contrario: obbliga a vedere dove stiamo fallendo, dove le soluzioni peggiorano le cose, dove fingiamo che tutto funzioni quando non funziona. E suggerisce micro-pratiche trasformative, che non sono “piccole” perché insignificanti – sono “micro” nel punto di innesco, ma cumulative negli effetti. Le micro-pratiche non operano in modo lineare. Seguono quella che gli economisti chiamano causazione circolare cumulativa: cicli di rinforzo reciproco che si accumulano nel tempo. Le micro-pratiche sono come i tassi di interesse composti: sembrano piccoli incrementi, ma nel tempo generano crescita sostenuta. Ecco come funzionano. Qualcuno sperimenta una nuova pratica, si generano risultati osservabili che altri vedono, adottano o adattano la pratica. L’adozione allargata cambia le aspettative condivise: ciò che prima sembrava impossibile diventa gradualmente una nuova realtà. Le nuove aspettative legittimano ulteriori sperimentazioni. Le sperimentazioni generano nuovi linguaggi, nuove metriche, nuove strutture organizzative. Questi elementi rinforzano e amplificano le pratiche originali. Il ciclo ricomincia, facendo scala. Questo è il motore che trasforma le aspettative extra-large da osservazioni a strumenti attivi di cambiamento, attraverso l’accumularsi di pratiche che si informano reciprocamente, si rinforzano, creano gradualmente nuove istituzioni, culture, sistemi.
Il viaggio attraverso cinque territori
Per far funzionare questo meccanismo, dobbiamo prima di tutto mettere a fuoco i luoghi nei quali le aspettative si addensano verso nuove domande. Ed ecco perché abbiamo voluto organizzare il viaggio di questo Weconomy in cinque libri indipendenti, focalizzati su altrettanti temi dove nuove domande possano prendere forma.
La demografia è il punto di partenza. È il primo territorio dove applicare il metodo dell’anti-problema, ma le implicazioni si propagano ovunque.
Dalle organizzazioni emerge l’aspettativa di nuove strategie: il contesto viene ancora letto con le lenti del VUCA (Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous), ma lo scenario richiede un nuovo framework, il FLUX di Timothy Tiryaki (Fast, Liquid, Uncharted, eXperimental). Qui la necessità di sperimentare diventa un elemento necessario perché orienta il futuro, un luogo dove l’immaginazione diventa pratica concreta, e questo trasforma la leadership.
Dalle estetiche emerge l’aspettativa di nuove forme creative. È il territorio dove convergono strade creative frugali e originali capaci di coinvolgere persone e territori, forme di resistenza all’omologazione delle grandi piattaforme. Perchè esplorando nuove nicchie emergono i nuovi linguaggi di un’era post-digitale.
Dalle intelligenze emerge l’aspettativa di nuovi modi di lavorare e imparare: la collaborazione tra umani e AI non è piegata alla ripetizione dell’esistente, ma – attraverso diverse modalità di interazioni da mettere a fuoco – genera moltitudini di forme espressive, ognuna con il suo perimetro e la sua funzione.
Dalla misurazione emerge l’aspettativa di nuove metriche: indicatori vitali che misurano i legami tra le persone, l’energia generata dalle collaborazioni. Per distinguere – nella moltitudine di numeri e dati – il valore dalla produzione di rumore.
Ogni territorio segue lo stesso percorso: guardiamo ai fatti per offrire dati e sbloccare punti di vista; incontriamo le aspettative per dare forma a prospettive concrete, navigare il presente e attivare il futuro. Non è un processo lineare ma un ecosistema interconnesso, dove le aspettative si informano e si amplificano. È in queste connessioni che possiamo generare valore in un mondo frammentato.
Navigare senza negare
Le aspettative extralarge sono la bussola per questo viaggio. Gli anti-problemi sono il metodo per far emergere nuove domande. E le micro-pratiche cumulative sono il modo in cui si materializzano nella realtà, un ciclo di feedback alla volta. Perché, in un contesto frammentato, servono strumenti di navigazione che funzionino nella molteplicità, che trasformino l’incertezza da paralisi in energia per sperimentare.
Ed ecco perché abbiamo voluto affiancare i contributi degli esperti di questo numero di Weconomy, a molteplici e plurali insight dall’ecosistema Logotel, come potenziali sperimentazioni per attivare nuova energia progettuale. Senza riduzionismi o (nuove) false promesse. E rendere praticabile un nuovo orizzonte.
