La parola “comunità” ha una lunga tradizione, affonda le radici nella sociologia per diramarsi ovunque: dal marketing ai modelli organizzativi, dalle piattaforme digitali fino all’economia. È un concetto imprendibile nella sua vastità. C’è chi prova ad addomesticarne la multiformità in definizioni e tassonomie, ma ci sono concetti che hanno bisogno di rimanere liberi: “Perché le comunità sono in uno stato costante di cambiamento, in perenne costruzione e decostruzione”, come ha commentato David Spinks, autore di The Business of Belonging, un importante libro dedicato alla progettazione di comunità nelle organizzazioni.
E in questo numero di Weconomy vogliamo guardare alle comunità proprio da un punto di vista libero – privo di ontologie –, per affrancare questa parola da polarizzazioni, incasellamenti, e farne esplodere il potenziale trasformativo.
Crediamo sia un passaggio importante da fare: mettere al centro le comunità è importante soprattutto oggi, perché le grandi trasformazioni nelle quali siamo immersi diventano inafferrabili quando ci focalizziamo solo sugli individui. Mentre acquistano forma e significato quando al- larghiamo lo sguardo. Infatti, le transizioni gemelle – quella ecologica e digitale – non modificano solo le attitudini, abitudini e i comportamenti dei singoli. Come scrive il filosofo Timothy Morton nel suo Humankind: “Non è l’accensione di una macchina a provocare il riscaldamento globale, ma tutte le macchine che continuano ad accendersi”. Insomma, tante persone sole – anche se virtuose, visionarie e giuste – sono insufficienti.
Abbiamo una scelta: cambiare prospettiva e intervenire in un sistema che rende possibili nuove modalità
Cosa fare allora per uscire dalla frustrazione? Abbiamo una scelta: cambiare prospettiva e intervenire su un sistema che rende possibile un modo diverso di muoversi, in cui le azioni dei singoli diventano significative perché contribuiscono al cambiamento di qualcosa più grande. E così fare scala.
Le grandi transizioni però non sono le uniche che ci riguardano. Stiamo vivendo tante muta- zioni molecolari, connesse su varie dimensioni. Il mondo del lavoro e le organizzazioni stanno cambiando: sono diventate ibride, reticolari e fondate su legami e relazioni, come abbiamo raccontato nel nostro Weconomy UFO. E, per rispondere a queste trasformazioni interconnesse, i modelli di business si stanno evolvendo. Non è tutto: anche la forma dei prodotti e dei servizi si sta ridefinendo, per adattarsi a un contesto accelerato. Nelle indagini che hanno dato forma a questo numero di Weconomy, siamo rimasti affascinati da due software di nuova generazione – e cioè Notion e Figma – che hanno visto nascere prima le comunità dei potenziali utilizzatori e solo successivamente il prodotto stesso. Un autentico ribaltamento delle dinamiche di produzione (che danno forma al software) e diffusione (dove trovavano spazio le comunità digitali tradizionali). E così le righe di codice che compongono queste piattaforme sono frutto delle interazioni continue con un gruppo di persone davvero interessate, pronte a scambiare idee, a dare suggerimenti e a testare, a incontrarsi e contribuire. Per rag- giungere un obiettivo comune: ottenere il miglior software per le proprie esigenze. E continuare a impegnarsi per la sua evoluzione.
Le comunità trasformative attivano un percorso migliorativo e generano coesione
E allora, a partire da questi primi elementi di contesto e per non perder- ci nell’enorme vastità del tema, possiamo circoscrivere il nostro campo di indagine, aggiungendo un attributo alla parola “comunità” e parlare così di comunità trasformative. Che possiamo immaginare come sistemi viventi, in cui ogni partecipante ha un ruolo nel cambiamento. Perché le comunità che intercettano le trasformazioni non sono composte da mucchi indistinti di utenti, intesi come parti intercambiabili di una macchina. Ogni persona, luogo, piattaforma, specie vivente, albero o agente sintetico ha un ruolo significativo nel portare valore alla comunità. Ed è fondamentale abilitare ogni ruolo a esprimersi al meglio.
Ma è davvero necessario complicare così tanto le cose? Considerando la scala dei cambiamenti che abbiamo di fronte, è inevitabile.
C’è un motivo ulteriore. Le trasformazioni generano movimento: non hanno fini o obiettivi: continuano a prosperare e adattarsi. Sopravvivono ai fallimenti e rispondono a un contesto terremotato da fenomeni imprevedibili. È un’altra caratteristica da aggiungere alla nostra visione di comunità trasformative: non chiuderle in una scatola, ma guardarle come generatrici di coesione, per accompagnare chi vi partecipa in un percorso migliorativo. Per tutti.
