Nel suo libro From pessimism to promise lei si concentra sul diverso approccio che il Sud Globale ha nei confronti dell’intelligenza artificiale, che come lei stessa afferma non è più una questione tecnologica, ma è entrata nelle nostre vite. Quali sono, a riguardo, i segnali di ottimismo che provengono da quella parte del mondo?
Molte delle questioni più importanti che riguardano l’intelligenza artificiale sono di natura sociale più che tecnologica. Come costruiamo fiducia? Cos’è l’autenticità? Cosa significa proprietà equa? Sono domande che danno forma alla regolamentazione, al design degli strumenti, alla redistribuzione del valore e agli approcci legali ed etici all’AI.
Il libro è frutto del lavoro con centinaia di organizzazioni di diversa natura e della mia esperienza in circa 15 consigli di amministrazione, dalle agenzie ONU al World AI Summit che è molto legato agli attori della Silicon Valley. Grazie a questa prospettiva globale, ho colto una differenza significativa tra l’Occidente e il resto del mondo nel modo in cui percepiscono l’AI.
Organizzazioni e governi occidentali vedono l’AI come qualcosa che ci controlla, che può distruggere la nostra democrazia, mettere a rischio la salute mentale e persino la nostra esistenza come pianeta e umanità.
Queste convinzioni stanno portando l’Occidente verso quella che chiamo “paralisi da pessimismo”, che conduce a una sostanziale impotenza rispetto al modo di procedere, a parte chiedersi come resistere, contenere e controllare l’AI. Ecco spiegato l’approccio regolatorio che vediamo in particolare in Europa.
Il resto del mondo, d’altra parte, è estremamente ottimista nei confronti dell’intelligenza artificiale. Paesi come l’India e il Brasile concepiscono l’AI come un modo per affrontare problemi cronici, applicandola a situazioni concrete. In Perù e in Ecuador stanno capendo come usare l’AI in modi mirati per migliorare i trasporti pubblici, così da ridurre le inefficienze energetiche.
Un altro esempio arriva dal Sud Africa, che sta utilizzando l’AI per diversificare i materiali didattici nelle varie lingue e dialetti, così che i bambini possano finalmente avere risorse educative accessibili. È un caso tangibile e concreto. Non servono grandi modelli linguistici, ma modelli piccoli e specifici per dominio, costruiti nelle loro lingue e dialetti. Li stanno sviluppando per primi perché le barriere all’ingresso sono molto più basse di qualche anno fa. Sta avvenendo un salto tecnologico: non devi più essere un programmatore per costruire sistemi che funzionano per te.
Lo stesso sta accadendo anche nelle Filippine e in Asia orientale: stanno aprendo la strada a sistemi diversi, che si stanno allontanando dall’infrastruttura e dalle piattaforme occidentali e stanno contribuendo a delineare un futuro dove a mio parere ci sarà molta più decentralizzazione.
È interessante vedere come altri Paesi stiano applicando l’AI a problemi reali, come nuovi modi per ripensare l’educazione o la mobilità. Ed è qualcosa che in effetti stiamo dimenticando di fare in Occidente perché forse non stiamo più mettendo a fuoco le grandi sfide. Sull’esempio di quanto sta facendo il Sud Globale, quali sono alcuni esempi concreti che possono aiutarci a ripensare alcuni dei problemi che dobbiamo affrontare?
L’AI è ancora solo uno strumento. Le persone pensano che sia un enorme punto di svolta che trasformerà radicalmente tutto, ma abbiamo già attraversato questa fase con ogni singola nuova tecnologia del passato.
Quando fu inventata la lampadina, Edison disse che avrebbe trasformato radicalmente l’educazione e che non avremmo più avuto bisogno di aule. Lo stesso è accaduto con il telefono: si diceva che avrebbe ridotto drasticamente il tempo con le nostre famiglie e depersonalizzato le relazioni.
Persino la scrittura, parlando di educazione, fu vista come la rovina delle nostre capacità intellettuali. All’epoca, infatti, era importante la memoria: se potevi recitare intere opere a memoria eri considerato un intellettuale.
Questo è esattamente il dibattito che sta avvenendo ora, dove ci si interroga se delegando a ChatGPT la produzione di testi andremo incontro a un declino cognitivo.
La verità è che tendiamo a sovrastimare quello che la tecnologia può fare e a sottostimare quello che gli esseri umani fanno con questi strumenti.
L’AI, in sostanza, ci spinge a ottimizzare le nostre competenze e a reincanalarle. Alcune capacità andranno forse perse o declineranno, come è avvenuto per la capacità di fare operazioni aritmetiche con l’avvento della calcolatrice. Ma aver dimenticato come fare operazioni aritmetiche a mente non ci rende degli idioti.
A livello concreto, ciò che l’AI sta facendo è ridurre significativamente il carico di lavoro. Un esempio pratico arriva dal mondo dell’educazione. Recentemente ho partecipato a una conferenza dell’ONU in cui erano coinvolti diversi gruppi del settore EdTech che stanno sviluppando software in Europa. Parte del loro lavoro è pensare nuove soluzioni soluzioni in un contesto – quello del nostro continente – in cui c’è carenza di insegnanti, inoltre quelli in ruolo sono in burnout e sovraccaricati da moltissime sfide, che vanno dalle diversità socio-culturali e linguistiche, fino ai bisogni di personalizzazione.
Da un lato le nostre aspettative sul valore dell’educazione stanno crescendo, dall’altro la capacità degli insegnanti è limitata dalla complessità di queste sfide.
Guardando alla mia esperienza nell’educazione universitaria, utilizzo molto l’AI per costruire i miei corsi curricolari, fare brainstorming su quali letture potrei suggerire, creare domande retoriche, suggerire workshop e scrivere.
Ciò che prima richiedeva una settimana ora richiede un giorno, il che significa che potrei non dover sperimentare il burnout provato da colleghi e colleghe, perché posso concentrarmi di più sul contenuto vero e proprio, su ciò che mi entusiasma.
Penso che questo sia molto positivo e sta accadendo anche con altre figure professionali: l’AI aiuta a svolgere alcune attività di base permettendo alle persone di concentrarsi di più sul contenuto profondo, su ciò che le appassiona. Penso che quello che ciò che l’AI può fare di positivo è aiutarci a riplasmare il modo in cui lavoriamo in nuove forme, più adatte alle nostre aspirazioni.

In alcune sue riflessioni, lei ha messo in discussione la parola stessa “innovazione”. Spesso cerchiamo di innovare per il gusto di innovare, per creare qualcosa di nuovo. Ma quando affrontiamo un problema reale, questo deve essere risolto: è una questione di accessibilità, sostenibilità, elementi di cura…
Dobbiamo in primo luogo riconoscere che esiste un doppio standard nel modo in cui usiamo il termine “innovazione”.
In Occidente, che si tratti di Silicon Valley o Europa, l’innovazione è legata all’archetipo dell’eroe, come Steve Jobs o Elon Musk. Spesso, inoltre, si definisce innovativo qualcosa che in realtà non lo è. Prendiamo Elon Musk: non ha inventato Tesla, ma un nuovo processo industriale per realizzare auto elettriche. E la sua visione per il futuro di X ricalca quello che è attualmente WeChat, che esiste in Cina da più di un decennio.
Eppure, a WeChat non viene dato lo stesso peso innovativo: la “guerra” sino-americana stessa esemplifica questo doppio standard tra chi viene definito innovatore e chi viene etichettato come imitatore, come la Cina.
Continuiamo a sorprenderci per i risultati raggiunti dalla Cina – l’ultimo caso è stato l’LLM DeepSeek –, eppure sono avanti rispetto a noi in diversi campi, dal fintech all’energia solare, dai veicoli autonomi a quelli elettrici.
Ciò che è interessante è che i cinesi pensano in maniera diversa perché sono costretti a farlo. Il modello statunitense, infatti, non è scalabile. La raccolta indiscriminata di dati non è allineata con i valori europei e nemmeno con la nostra agenda urgente sulla sostenibilità per affrontare la crisi climatica, perché se continuiamo al ritmo dei modelli statunitensi non avremo più acqua, né elettricità.
Altri Paesi del Sud Globale sono costretti a essere pionieri per la loro stessa sopravvivenza. Prendiamo l’India: è estremamente densa e affollata. Se costruisci un data center in un’area, creerai una competizione con i villaggi della stessa area e rischierai di scivolare verso una guerra civile. Ecco perché l’India non usa l’acqua per raffreddare i data center: devono pensare in termini di energia solare e trovare altri modi per diventare sostenibili.
Molti Paesi dell’Africa stanno creando tecnologie che, per funzionare, non si basano sui big data. Non per grandi ideali ambientali o planetari, ma per pragmatismo: la scarsità di risorse nel Sud Globale crea nuove ondate di innovazione. E sono modelli a cui noi occidentali dovremmo guardare con interesse, dato che siamo i maggiori consumatori di queste risorse energetiche.
Oltre a riconoscere questo doppio standard quando si parla di innovazione, occorre riflettere sul fatto che ci sono innovazioni che mettono la sostenibilità al centro della loro missione non per ragioni altruistiche, ma perché è l’unico modo in cui possono attecchire in determinati mercati.
Il caso di Anghami è emblematico [È una piattaforma di streaming musicale in rapida crescita, fondata in Libano e utilizzata soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa, ndr]. È nato per affrontare la violazione del copyright con un’innovazione reale. Mentre l’approccio occidentale alla pirateria nel Sud Globale è stato investire milioni di dollari per regolamentare e punire. Ma questo approccio non ha mai funzionato in America Latina, Asia o Africa perché, per fare un esempio, andare al cinema a Città del Capo costa quanto uno stipendio medio. Ecco perché il mercato della pirateria è diventato dominante, la norma.
Anghami ha sviluppato un sistema riconoscendo che le persone non pagheranno semplicemente per la musica, ma per avere un valore aggiunto. In primo luogo hanno pensato a come convincere i creatori a mettere la loro musica sulla piattaforma invece di piratarla e hanno iniziato a pagare direttamente musicisti, al contrario di quanto fa Spotify, che si appoggia sempre alle case discografiche.
In secondo luogo hanno iniziato a utilizzare l’AI per rilevare violazioni del copyright e per fare le corrette attribuzioni di diritti e valore.
Soprattutto, stanno creando un valore aggiunto costruendo uno spazio comunitario, un ecosistema in cui le persone si riuniscono per interagire tra loro. Questa concezione comunitaria e convergente delle piattaforme digitali è una modalità di utilizzo molto diffusa in Asia orientale. In Occidente, invece, le piattaforme sono ecosistemi molto separati tra loro: c’è un’app per la musica, un’app per ordinare cibo, un’app per fare altro.
Anche in questo caso ritengo che dagli approcci divergenti del Sud Globale vi siano molte lezioni da imparare per il nostro futuro, soprattutto se vogliamo essere responsabili: dobbiamo rispettare le risorse che abbiamo.
A proposito di creatività e generazione del valore, cosa osserva in termini di dinamiche generazionali e interculturali?
C’è sicuramente un divario generazionale significativo. La generazione più anziana agisce spinta dalla paura e opera secondo logiche conservatrici.
La generazione cresciuta con gli strumenti digitali, invece, riflette meno sul concetto di possesso e più su come ottenere un valore equo dal proprio lavoro, specialmente nel contesto della cultura del remix, che è già parte integrante della vita dei giovani su TikTok e Instagram.
Su queste piattaforme si usano template e narrative create da altre persone, a cui ogni creator aggiunge il proprio contributo creativo. L’inclusione dell’AI come ulteriore strumento creativo non rappresenta quindi un salto concettuale così grande. La questione però si sposta: non riguarda più chi possiede cosa, ma come garantire un’attribuzione equa del valore.
I giovani creator, inclusi quelli della comunità nera su TikTok, chiedono sistemi di attribuzione trasparenti: si può riutilizzare il contenuto, ma bisogna riconoscerne la fonte, anche quando è generato dall’AI. In questo, la blockchain offre già possibilità tecnologiche per redistribuire il valore in base alla visibilità e al valore aggiunto che ogni contenuto genera.
Il problema, anche in questo caso, non è tecnologico ma sociale: se prima non ci impegniamo a immaginare un nuovo paradigma di redistribuzione del valore non riusciremo a implementare tecnologie già disponibili. La vera questione è come approcciamo queste piattaforme.
Di recente ho moderato un panel con i vincitori dell’AI m Festival di Amsterdam. È stato affascinante scoprire che la maggior parte di loro non si considera creativa nel senso tradizionale. Tra loro c’era un’attrice ispanica, stanca dei soliti ruoli stereotipati, che ha deciso di diventare filmmaker per scrivere storie migliori per persone come lei. È entrata nel mondo del cinema AI proprio perché non servono le competenze tradizionali del filmmaker.
Il direttore del festival si è detto sorpreso dal profilo dei partecipanti: madri single senza il tempo per girare documentari di sei mesi sul campo, persone con background lontani dal filmmaker tradizionali, ciascuno con le proprie motivazioni uniche che, grazie all’AI, potevano trasformarsi in qualcosa di pratico.
Questa democratizzazione del cinema minaccia i poteri consolidati dell’industria cinematografica, che ha operato per decenni escludendo sistematicamente molte voci. Ed è chiaro che l’establishment tradizionale veda l’AI come un rischio. Dovremmo invece chiederci: è positiva per la società? Probabilmente sì, perché permette a chiunque di esprimersi e raccontare storie con punti di vista inediti senza costi proibitivi, rendendo inoltre questi contenuti accessibili a un pubblico molto più ampio.
Questa è un’altra prospettiva interessante, che si ricollega a quanto afferma Fei-Fei Li sull’importanza di pensare alla motivazione prima che alle applicazioni di una tecnologia. Lei nel suo libro menziona l’esempio del Kenya, in cui per comunicare gli smartphone vengono utilizzati come walkie-talkie perché non c’è un alfabeto comune. La libertà di espressione è una motivazione forte, così come la comunicazione. Quali sono altre motivazioni che spingono verso un utilizzo diverso dell’AI?
Una forte motivazione può nascere dal desiderio di costruire solidarietà. Pensiamo alle attiviste messicane e a molti movimenti nel mondo che operano in un contesto di crescente declino democratico, dove vengono elette ovunque figure autoritarie e le restrizioni alla comunicazione si intensificano continuamente.
Questi attivisti digitali hanno compreso che la lotta sarà lunga e hanno scelto consapevolmente di non essere eroi visibili. La loro strategia è la decentralizzazione anonima, perché i costi della visibilità sono altissimi –basta vedere quanti manifestanti iraniani o di Hong Kong sono finiti in prigione. L’AI offre loro strumenti preziosi: possono usare immagini generate artificialmente per mantenere vivo il movimento senza esporre persone reali al pericolo. È un attivismo etico pensato per durare nel tempo.
Un altro esempio interessante viene da una conversazione avuta con un gruppo di artisti berlinesi in preparazione a una grande mostra. Mi hanno contattata perché stanno esplorando l’impatto dell’AI sui nostri corpi e sulla nostra fisicità.
Si sono resi conto che le loro narrative tendevano sempre al distopico, lasciando il pubblico con una sensazione di pesantezza e disagio. Volevano fare qualcosa di diverso: usare questi strumenti per costruire, non per distruggere. È un cambiamento importante, perché l’AI può facilitare forme di immersività davvero entusiasmanti e costruire empatia. Attraverso la realtà virtuale potenziata dall’AI, possiamo creare connessioni emotive vivide e profonde.
Esistono quindi molteplici modi per utilizzare questi strumenti in modo innovativo e d’impatto: come mezzi di espressione creativa; come strumenti di attivismo etico nel caso delle forze politiche; e come nuove modalità di comunicazione che ci permettono di costruire per il futuro. Perché la nostra è una visione a lungo termine.
A proposito di Sud Globale, un aspetto interessante che molti non conoscono è l’India Stack, un’infrastruttura digitale statale open source, progettata per essere replicata e condivisa globalmente. L’approccio è innovativo: non si tratta solo di creare un prodotto open source, ma un intero ecosistema aperto e scalabile.
Come membro del Digital Economy Board indiano, sono direttamente coinvolta nell’India Stack, l’infrastruttura pubblica digitale dell’India, che ha avuto un successo straordinario e rappresenta una speranza per molti Paesi.
Qualsiasi imprenditore può utilizzarla gratuitamente per sviluppare le proprie applicazioni. Essendo open source e aperta al mondo, altri Paesi possono adattarla alle proprie esigenze. L’importante non è chi ha avuto l’idea, ma utilizzare le migliori soluzioni disponibili per affrontare questioni urgenti e far funzionare nuovamente il mercato, bloccato dalle pratiche iper monopolistiche delle Big Tech.
Il governo indiano ha identificato un problema nell’infrastruttura digitale pubblica: due grandi aziende private stavano utilizzando l’80% delle risorse. Ha quindi introdotto una legislazione basata sulle dimensioni aziendali: le grandi corporazioni possono utilizzare l’infrastruttura fino a un certo punto, poi devono contribuire economicamente al sistema. Non si tratta di impedire alle Big Tech di fare profitti, ma di garantire che paghino il giusto valore in tasse e contributi.
La Cina sta esplorando un’idea ancora più radicale: un repository pubblico di dati digitali. Anche i giganti come Alibaba devono fornire metadati a questo repository, permettendo così ai nuovi imprenditori di accedere agli stessi dati delle multinazionali miliardarie. Questo approccio può rivitalizzare il mercato ed è completamente opposto al modello americano, basato su dati proprietari, e a quello europeo, focalizzato su privacy e protezione dati.
Nel Sud Globale, questa è vista come una delle poche strade per stimolare l’imprenditorialità. Il 90% dei giovani mondiali vive in queste regioni e c’è un’urgenza disperata di creare nuove forme di lavoro e vita. La disoccupazione giovanile è a un livello critico – in Namibia raggiunge il 60% – e senza opportunità di lavoro dignitoso si rischiano rivolte sociali.
Come ho sottolineato per le innovazioni in Medio Oriente, anche in questo caso è una questione di sopravvivenza. Nel Sud Globale l’urgenza su questi temi è massima e per questo motivo stanno reinventando completamente il sistema.
In Europa invece non abbiamo la stessa pressione, per questo continuiamo a pensare in termini conservativi di copyright e adattamenti del GDPR.
Il modello che ha descritto è affascinante: gli attori pubblici creano l’infrastruttura di base, mentre chi la utilizza e la popola contribuisce economicamente. Si crea così un ecosistema completamente nuovo. Ed è proprio qui che l’Unione Europea sta fallendo.
L’Europa per decenni ha tentato di realizzare qualcosa di simile all’India stack, con risorse enormi, ma senza successo. Ogni Paese voleva fare a modo proprio e la diversità linguistica e culturale è stata vista erroneamente come un ostacolo anziché come una forza: la diversità dei dati determina infatti robustezza e qualità superiore nei dataset.
La mia frustrazione nasce dalla constatazione che l’Europa ha un’opportunità straordinaria che finora non ha saputo cogliere: innovare e costruire futuri alternativi per il digitale e l’AI.
Gli Stati Uniti, infatti, non sono più un benchmark adeguato: sono ormai visti a livello globale come cyber-bulli. Per contro, Cina, India e contesti simili soffrono di un deficit fondamentale: la mancanza di fiducia nei loro sistemi di governo, che tendono al paternalismo e all’autoritarismo e mostrano una scarsa attenzione alla sicurezza dei dati.
L’Europa ha invece qualcosa di raro: un grado relativamente alto di fiducia nelle sue istituzioni rispetto ad altre parti del mondo. Nonostante lo scenario politico attuale, abbiamo democrazie funzionanti e una ricchezza culturale e linguistica che permette di costruire dataset incredibilmente robusti e rappresentativi.
Se riusciremo a costruire i nostri sistemi AI e le nostre infrastrutture digitali pubbliche, ci saranno maggiori probabilità che vengano adottati da molte più persone proprio grazie al fattore fiducia. Nel frattempo, però, a causa della concezione pessimistica di cui abbiamo parlato, l’Europa sta ancora adottando il suo tipico approccio che contrappone la regolamentazione all’innovazione.

Dalle motivazioni e dalle infrastrutture digitali pubbliche, quali nuove prospettive si aprono per gli imprenditori e per costruire un’economia più forte?
L’impegno europeo verso la sovranità digitale è ai massimi storici. Questa è un’opportunità straordinaria perché è cambiata la mentalità collettiva. Un imprenditore che oggi proponga soluzioni per rafforzare questa sovranità ha possibilità di supporto molto maggiori rispetto a soli due anni fa.
In Europa c’è un senso di urgenza che attraversa tutti i settori. Nel mondo accademico, ad esempio, i docenti non vogliono più usare software americano. Servono strumenti alternativi praticabili, e lo spazio per crearli è enorme.
In passato era molto più difficile per gli imprenditori entrare in questo mercato: servivano investimenti iniziali pesantissimi. Oggi, come abbiamo visto con i filmmaker AI, le barriere all’ingresso sono crollate. Le infrastrutture digitali sono globali: un imprenditore può utilizzare infrastrutture pubbliche open source da qualsiasi parte del mondo e creare modelli ibridi funzionanti.
Questo significa che molte più idee possono entrare nel mercato, creando finalmente quella competizione genuina e sana verso la sovranità digitale di cui abbiamo bisogno.
A proposito di Europa, per concludere: quale lezione può trarre dal Sud Globale?
L’Occidente deve recuperare l’ottimismo concreto del Sud Globale. L’Europa deve saper cogliere questo momento prezioso e diventare agente del cambiamento. Le persone sono pronte a fidarsi delle democrazie liberali e a vedere come possiamo trasformare l’approccio regolatorio trasformandolo in qualcosa di funzionale.
Dobbiamo pensare fuori dagli schemi. Il nostro mindset influenza le domande che ci poniamo, che influenzano a loro volta ciò che facciamo in pratica nel design delle policy.
Da docente, se sono pessimista mi chiederò: come posso limitare l’uso dell’AI nella mia classe? Ma se sono ottimista penserò: come possiamo sfruttare questi strumenti per ripensare l’educazione del futuro?
