La demografia non è un destino. È trasformazione tangibile

Sei generazioni convivono e la longevità sposta ruoli e aspettative: non è più “a 65 sei anziano”, né si lavora come a 30 fino alla pensione. Il nodo è il tempo della cura che agisce da algoritmo culturale. Serve ridistribuire tempo e fatica e trasformare l’incontro tra generazioni in valore comune.

Partiamo dal territorio più tangibile: la demografia. Rappresenta il tessuto stesso della realtà in mutazione ed è il primo punto di concretezza delle aspettative. Perché il mondo intero è in transizione demografica: per la prima volta nella storia umana, sei generazioni convivono. Presto sette. L’aspettativa di vita è aumentata a livello globale e la distribuzione generazionale si sta trasformando radicalmente.

Ed ecco che emerge un vecchio pattern da ribaltare. Quello che porta a pensare: “a 65 anni sei anziano”; “devi lavorare esattamente come a 30 anni fino al giorno prima della pensione”. E la crudeltà di questa prospettiva si afferma prepotente: non ti senti più in grado di fare niente. E così i longevity summit si concentrano sulla cura per senior citizens, le politiche pubbliche spostano in avanti l’età pensionabile senza dare strumenti adeguati, le aziende vedono i lavoratori senior come un peso da gestire. È un approccio difensivo: come compensiamo, come ci adattiamo, come limitiamo i danni di questa situazione “problematica”. È ottimismo crudele: continuiamo a sperare che piccoli aggiustamenti al sistema funzionino, pur sapendo che il sistema stesso è cambiato.

E allora dobbiamo ribaltare la domanda: “Come facciamo in modo che sei generazioni vivano bene la propria vita?”.

Perché un sessantacinquenne oggi può fare molto di più e molto meglio rispetto a un sessantacinquenne di trent’anni fa – ma non può fare ciò che faceva lui stesso a trent’anni.

Potremmo lanciare una provocazione: oggi l’invecchiamento non è una questione anagrafica: è una trasformazione silenziosa dei ruoli e delle aspettative. Le società longeve non devono solo sostenere più a lungo la vita, ma ripensare la distribuzione del tempo, della cura, della fatica.

Come mostra Arlie Hochschild in The Second Shift, la modernità ha prodotto una contraddizione temporale: mentre il lavoro retribuito si è espanso e le biografie si sono allungate, il lavoro di cura – la “seconda giornata” – è rimasto invisibile, delegato, o semplicemente atteso. Nelle società longeve, la questione non è solo chi lavora o chi invecchia, ma chi si fa carico del tempo.

Le aspettative collettive su chi deve prendersi cura – dei figli, degli anziani, dei fragili – funzionano come algoritmi culturali: pre-programmano ruoli e comportamenti, riducendo lo spazio per la negoziazione del possibile. È qui che si misura la rigidità delle nostre aspettative: nel tempo che chiediamo agli altri di spendere al posto nostro.

Le implicazioni si propagano a cascata. Se più generazioni devono collaborare, come facciamo in modo che le loro istanze non siano fonte di conflitto ma di sintesi generativa? Se la demografia si trasforma, quali culture emergenti ne derivano?

L’aspettativa extralarge che emerge da questo territorio è potente. Non si tratta di “gestire le differenze generazionali”, ma riconoscere che il valore nasce precisamente dall’incontro tra sensibilità, linguaggi e aspettative che provengono da orizzonti temporali diversi. Sono le increspature di un territorio nuovo.

Magazine

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato
Issue 17

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato

Weconomy 17 non è un viaggio lineare: è un ecosistema di connessioni. Attraverso cinque territori – demografie, organizzazioni, estetiche, intelligenze e misurazioni – raccogliamo frammenti, prospettive e pratiche per estrarre aspettative XXL e trasformarle in micro-esperimenti, legami di senso e nuove metriche di cambiamento.

Autore

Vincenzo Scagliarini

Vincenzo Scagliarini

Giornalista professionista, con formazione umanistica e anima geek. Dal 2018 è editor-in-chief del progetto Weconomy