Rifletteteci: negli anni settanta un giovane capellone con la barba incolta, trasandato, puzzolente, un po’ fumato e con ai piedi sandali da predicatore zen si presentò alla reception di una grande azienda e disse “io non mi muovo da qui fino a che non mi avete trovato un lavoro”. Lo avreste assunto? Ovviamente no. Beh, peccato perché il tizio in questione era Steve Jobs. Ora diciamolo chiaro: il problema non sono le risorse umane ma la selezione delle risorse umane. In un mondo cambiato radicalmente solo il curriculum sopravvive a se stesso. Stupido, noioso, lineare, superficiale e figlio (illegittimo) del fordismo. Lo abbiamo detto e scritto mille volte sul blog e libro di Weconomy: l’era delle gerarchie chiare, organigrammi lineari, organizzazioni meccanicistiche è finita da tempo. Nella piramide si cercava di standardizzare la complessità, nel pancake invece, si cerca di distribuire la complessità. E noi oggi viviamo già nel “cerchio”, in organismi ed ecosistemi aziendali. Perché mai allora l’assurdo format o forma del curriculum convenzionale: un rettangolo “ottuso” che chiude le porte alla nostra storia? Subire per decenni una sceneggiatura mal congegnata. Come si sfogherebbe Fantozzi: il curriculum vitae è (forse) una boiata pazzesca. La biografia umana è troppo complessa per farsi ingabbiare in una standardizzazione cronologica e sequenziale di tappe che giustificano il percorso della nostra vita professionale e non. Mortifica il talento (talvolta lo umilia) e rende la selezione superficiale (talvolta grottesca). La nostra storia va raccontata e interpretata come una costellazione di eventi. Alcuni lasciano il segno, altri no. Niente di lineare. Meglio ragionare in termini di tagcloud, grappoli associativi e mappe visive. Tornando a Steve Jobs: gli eventi che hanno fatto la differenza per il suo maniacale minimalismo (anche estetico dei prodotti Apple) sono state le esperienze zen e il viaggio in India, gli eventi che hanno fatto la differenza per le sue intuizioni (anche progettuali in termini di interfaccia grafica e font) sono stati i corsi di calligrafia (mentre cazzeggiava al college). Come sarebbe stato giudicato? Direttori del personale e selezionatori (spesso addormentati strizzacervelli fondamentalisti) avrebbero dedotto le sue qualità e doti professionali da quella miriade di esperienze apparentemente male assortite? Ovviamente no. Curriculum vitae. È ora di mandarlo in pensione anche perché è troppo legato a “carriera”, termine ormai in disuso fra le migliori nuove leve che lo sostituiscono con frasi del tipo “fare progetti belli e stimolanti” e “vivere e respirare il nostro lavoro”. Invitiamo dunque manager e responsabili delle risorse umane a rivedere selezione e metodi di recruiting. I nuovi talenti hanno un curriculum discontinuo che rispecchia la discontinuità dell’attuale società. I nuovi talenti hanno un curriculum destrutturato che rispecchia i modelli destrutturati delle nuove organizzazioni “flat”. In un’epoca dove conta avere competenze cross-culturali e transdisciplinari la selezione delle risorse umane diventa un metodo senza modelli lineari. Riepilogando. Il curriculum tradizionale è noioso e distante. Il curriculum circolare è divertente e pertinente perché evidenzia qualità, passioni ed eventi determinanti per le capacità della persona. Provate la differenza. Provate a immaginare biografie di ricerca che ragionano in termini di rilevanza, proprio come i motori.
Il curriculum è morto
In un’epoca dove conta avere competenze cross-culturali e transdisciplinari la selezione delle risorse umane diventa un metodo senza modelli lineari.

Magazine
HR: Human (R)evolution
La “Rivoluzione dell’Impresa” che mette la persona al centro del suo futuro. Una rivoluzione che trasforma la Persona umana da risorsa ad “atleta, acrobata, artigiano”.
Articoli correlati
La logica del We
La diversità culturale va sommata all'intelligenza emotiva, così la persona umana diventa il fulcro della relazione professionale.
La leadership? È self, open e cross generation
In un mondo governato dalla complessità e in cui la distanza generazionale si fa marcata, la leadership deve diventare self, aperta, orizzontale, cross generation. Ma come si crea questa “nuova” leadership e come la diversità generazionale può favorire il raggiungimento degli obiettivi?
Wiki: Social Design
Per l’impresa, fare social design vuol dire progettare nuove relazioni, sistemi e processi allo scopo di migliorare lo scambio di valore tra tutti gli attori, per produrre un sistema di senso che aumenti la partecipazione e l’azione collettiva dentro e fuori l’organizzazione.
Progettare un cambiamento partecipativo per le città
Persone che risiedono, lavorano e spendono continuativamente il loro tempo in uno stesso luogo sono comunità “situate”: quando sono predisposte a partecipare ad azioni collaborative diventano comunità di progetto, protagoniste della trasformazione del quotidiano.
Cosa succede? Cosa succede in città?
Il cambiamento, evocato per anni, ha perso senso e oggi si impone come crisi. Organizzazioni e manager, forgiati su megatrend lineari e KPI obsoleti, faticano ad agire. Servono nuove metriche, sperimentazione diffusa, community e una leadership capace di dare senso e ritmo all’incertezza.
Non è (solo) una questione di performance
Nella vendita, risultati all’apparenza ottimi possono nascondere questioni irrisolte e un rapporto brand-Clienti sul punto di deteriorarsi
TIM Style – Le relazioni come orientamento strategico
TIM Style accorcia la distanza: porta l’headquarter sul field e riporta indietro migliaia di feedback quasi in tempo reale. La bacheca è il cuore operativo, ma la sorpresa è altrove: una rete indiretta che si sente “di TIM”.