E già. Tra mille anni archeologi e antropologi vorranno pur capirci qualcosa degli eventi che portarono all’estinzione del Sapiens. Vorranno sicuramente indagare su come e perché all’improvviso, molto probabilmente senza accorgersene, l’Homo Sapiens si sia evoluto – anche se non biologicamente – in qualcosa di diverso, più adatto all’ambiente e al contesto che egli stesso aveva plasmato nei precedenti 200 mila anni di vita. A furia di studiare, intuiranno come tutti gli uomini comuni abbiano di colpo avuto accesso ad artefatti tecnologici stupefacenti che hanno permesso loro di acquisire facoltà incredibili, di avvalersi di prerogative che nemmeno la più ambiziosa cinematografia era riuscita a preannunciare. Anni che saranno descritti dai nostri bis-tris-quatris discendenti come quelli in cui l’uomo ha inziato a digitalizzarsi, a tele-trasportare non più i corpi come immaginava “la fantascienza da manuale” ma le loro emanazioni sensibili come la voce e le immagini (mai sentito parlare di Skype?), a indossare tecnologie capaci di espandere i sensi oltre i limiti anatomici e cognitivi (dicesi realtà aumentata), a dotarsi di strumenti con cui accedere in tempo reale, ovunque si trovasse, al sapere dell’intero genere umano (90 euro per uno smartphone: per tutto il resto c’è la carta di credito) a progettare e forgiare oggetti assolutamente personalizzati (stampanti 3D, prossimamente s-vendute come noccioline), a trovare, connettersi e confrontarsi con qualsiasi altra persona del pianeta che avesse qualcosa in comune con lui. Parleranno di quando, per la prima volta nella storia dell’umanità, a potersi collegare per condividere conoscenza, idee, sapere, visioni e innovazioni furono contemporaneamente un miliardo di persone di ogni cultura, religione e luogo della terra, e non più le poche, pochissime individualità separate che avevano scritto la lenta storia della civiltà umana dei millenni precedenti. Insomma, parleranno della prima grande singolarità, del momento in cui dall’Homo Sapiens, quello che pensava di saperla lunga su un sacco di cose, si scattò al nuovo passo evolutivo. Difficile immaginare oggi come chiameranno il successore del Sapiens: Homo nuovamente “Abilis”, perché re-imparò l’importanza di incidere, forgiare, modellare e ri-creare se stesso e il proprio mondo? Homo Digitalis, perché impostò una realtà parallela a quella fisica e iniziò a respirare in un mondo di bit e link tanto concreto quanto quello fatto da atomi e strade? Homo Connexus, perché oltrepassò l’idea di individualità intellettuale e creativa facendo della connessione e dell’auto-organizzazione in gruppi di scopo la leva principale per innovare ed evolversi ulteriormente? Homo Agilis perché scoprì che la flessibilità e l’adattamento a contesti in continuo mutamento potevano diventare l’asse portante della propria identità resiliente? O Homo Hybridus perché seppe mescolare, installando e rimuovendo secondo volontà, le caratteristiche di tutti gli “Homo” precedenti, Sapiens compreso? Difficile dire oggi se tutto ciò un giorno così lontano sarà davvero pensato di noi. Ma poco importa. La domanda da farsi è se noi e le persone con cui lavoriamo o ci relazioniamo possiamo ancora permetterci di essere “solo” dei Sapiens o dobbiamo evolverci adottando nuovi strumenti, metodi, atteggiamenti e punti di vista. E la cosa più bella di questa evoluzione alla quale siamo costretti è che non necessita la nascita di una nuova generazione, non ha nulla a che fare con DNA, età o caratteristica fisica: è la nostra percezione della necessità di evolverci e il volerci provare che la generano. Molto più che un telefonino low cost, diventare un Homo diverso è alla portata di tutti.
Goodbye, Sapiens!
Cosa diranno gli archeologi quando studieranno i primi 13 anni del Terzo Millennio?

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HR: Human (R)evolution
La “Rivoluzione dell’Impresa” che mette la persona al centro del suo futuro. Una rivoluzione che trasforma la Persona umana da risorsa ad “atleta, acrobata, artigiano”.
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