Aspettative ed estetiche: la bellezza come collante sociale

Nel Weconomy 17 la bellezza torna bisogno collettivo e collante sociale: non ornamento, ma incontro relazionale che spiazza, ridispone le percezioni e muove al fare. In un mondo standardizzato (anche dall’AI), estetica e design diventano laboratorio di nuovi linguaggi autentici e condivisi.

In questo multipolo di Weconomy 17 ci confrontiamo sul ruolo della bellezza come collante sociale e forza generativa nelle pratiche e nelle aspettative contemporanee. In un tempo in cui esperienze, servizi e interazioni risultano spesso faticosi, opachi e standardizzati, la bellezza riemerge come bisogno profondo e desiderio condiviso, capace di attrarre, unire e creare senso. Non è un fatto estetico superficiale, ma un evento relazionale, l’incontro inatteso tra persone e realtà che ridefinisce percezioni, orizzonti e significati. La bellezza, come una forma di “realtà aumentata”, spinge all’azione, motiva al fare e genera nuove forme di coerenza e creatività collettiva. In un contesto di codici sempre più omologati, diventa allora il vero spazio di autenticità, libertà e rigenerazione, dove l’umano può ancora sorprendere, inventare e immaginare.
Siamo forse stufi di ritrovarci tra le mani pratiche, esperienze, servizi, comunicazioni, prodotti e contenuti duri, difficili, che magari respingono. O comunque “sacrificio” o “fatica” sono le uniche parole che ci restano, quando dobbiamo descrivere tutte le energie investite per consegnare qualcosa. O semplicemente per viverle. Nel futuro prossimo, finché non sapremo padroneggiare appieno l’AI generativa, rischieremo di aumentarne la massa omogenea. Tra le aspettative in un certo senso “eterne” del nostro mestiere c’è il realizzare qualcosa di attraente, di seducente. Di bello. Si può dire che ciò che le persone si aspettano di più è la bellezza e non l’utilità? È troppo? Suona troppo falso? Eppure…
L’aspettativa è una possibilità che emerge da un fatto, da un’esperienza reale, e questo Weconomy intende essere innanzitutto un racconto di fatti, di “emergenze”, ossia di persone, comunità, idee… che sbalzano dalla superficie.
Ma un’aspettativa non è solo una possibilità: è una possibilità desiderata. E questo dice non solo attesa, ma anche soddisfazione, piacevolezza. Certo, magari anche una buona dose di spiazzamento, di détournement, ma alla fine attraente. Una possibilità attraente. Cioè bella.

Da sempre la bellezza è un bisogno strutturale dell’uomo e delle comunità, una forza che muove il fare e genera progettualità. La bellezza non è un ornamento, ma il motore di un incontro che trasforma e ci trasforma. I progetti devono generare cambiamenti di stato e percettivi, favorire lo spiazzamento: qualcosa che non è programmabile. Quando la bellezza spiazza, libera l’immaginazione e apre spazi a nuovi comportamenti, nuovi gesti, nuove forme di relazione. Ciò che è bello invita, attira, suggerisce, convoca, unisce, raccoglie. Insomma, muove le persone verso qualcosa. L’esperienza della bellezza è l’esperienza di un incontro, di un incrocio – magari casuale – tra qualcosa (o qualcuno) e me (o noi).
Ciò che è bello parla, usa un linguaggio che ci suona allo stesso tempo comprensibile ed eccessivo. Per questo ciò che è bello impegna a seguirlo – non solo a goderne emotivamente, ma a capirlo, ampliarlo, coglierne le ulteriori possibilità. Perché qualcosa di bello che accade non è mai solo un’emozione, uno stato psichico o psicofisico di benessere. È l’essere portati nel mezzo di qualcosa che ha un ordine nuovo, un significato, e quindi apre a eventualità nuove, promette qualcosa. La bellezza è l’improvviso apparire di una specie di eccesso della realtà. L’effetto di questa apparizione può essere vario – dalla paura a una gioia radiosa ed immensa.
Ma nell’accadere della bellezza non si dà solo la nostra reazione: ciò che è bello, oltre a soddisfare le nostre sensorialità, ridispone in maniera imprevista le nostre percezioni. Allarga i nostri perimetri e ridefinisce il nostro concetto di ordine.
O finalmente ce ne suggerisce uno ben diverso da quello cui avevamo pensato. La bellezza è una misteriosa forza che improvvisamente le solite cose cominciano a emanare. La bellezza ci muove al fare, scriveva Dostoevskij: “circondati da cose belle dobbiamo darci da fare. La nostra calma è rotta”.

La bellezza – abbiamo detto – è un bisogno che muove le persone al fare, è quindi un’esperienza progettabile. Di fatto, è l’incontro tra qualcosa (o qualcuno) e me (o noi). È progettabile ma non programmabile: possiamo costruire le condizioni perché l’incontro avvenga, ma non possiamo sapere se e come si manifesterà. L’intervento di Alessandro Rancati sottolinea proprio come la bellezza, “intesa come qualità relazionale e forma di coerenza emergente, e non come estetica superficiale”, fa da collante, convoca e dispone attorno a sé le persone. Relazioni vive possono essere capaci di dar vita a forme espressive nuove, a codici inediti e a nuovi linguaggi progettuali, in un contesto dove – come segnala anche Grant – non solo i contenuti si standardizzano, ma anche le forme stesse. Si parlava di Internet come di una piattaforma capace di garantire un futuro di originalità ininterrotte, e invece… serve oggi un nuovo coraggio estetico, la disponibilità a sperimentare linguaggi, a leggere i segnali emergenti e a trasformarli in nuove pratiche di senso. Certo, bisogna osare e non semplicemente collegare o modificare. Nuovi codici estetici si affacciano da nuove mediazioni personali con la realtà, da cui nascono artefatti di design e nuove forme di espressione. Tutto questo accade laddove l’agire resta tenacemente umano e autentico – forse negli interstizi di pratiche sempre più standardizzate, a dispetto di ogni presunta personalizzazione.

Dobbiamo allora chiederci che cosa vogliamo dal design oggi: se vogliamo una risposta standard (secondo codici, pattern, linguaggi, canali standardizzati) o se vogliamo che il design torni a essere un laboratorio di linguaggi emergenti, un luogo dove nuove sensibilità trovano forma.
Sappiamo bene che si può credere di essere tailor made per l’individualità più particolare che esista e, in realtà, replicare griglie assolutamente comuni, forse persino banali.
Ecco perché la personalizzazione non è più garanzia di un risultato veramente attraente o d’impatto.
Qui si intrecciano estetiche e design. Le estetiche sono i linguaggi attraverso cui una cultura esprime la propria idea di bellezza; il design è l’atto che traduce quei linguaggi in esperienze concrete, capaci di interpretare i segnali emergenti e trasformarli in forme di vita.
L’estetica orienta il design offrendo sensibilità e senso, mentre il design rinnova l’estetica creando nuovi modi di vedere, sentire e relazionarsi.
La bellezza è l’esperienza; l’estetica è il linguaggio che la rende condivisibile; il design è la pratica che la mette in circolo, costruendo ponti tra immaginazione e realtà, tra ciò che appare e ciò che diventa possibile.
C’è sempre una mediazione con le cose che è necessario accettare, giorno per giorno. E soprattutto c’è da accogliere spiazzamenti, deviazioni, incroci generazionali – quei momenti in cui la bellezza torna a sorprenderci, finalmente fuori dalla solita comunicazione e dallo storytelling prevedibile.
Molti di questi spiazzamenti sono suggeriti dai fatti raccontati in questo numero: si tratta solo di non ingabbiarli.
Di lasciarli essere.

Magazine

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato
Issue 17

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato

Weconomy 17 non è un viaggio lineare: è un ecosistema di connessioni. Attraverso cinque territori – demografie, organizzazioni, estetiche, intelligenze e misurazioni – raccogliamo frammenti, prospettive e pratiche per estrarre aspettative XXL e trasformarle in micro-esperimenti, legami di senso e nuove metriche di cambiamento.

Autore

Cristina Favini

Cristina Favini

Chief Design Officer, Logotel