Cosa aspettiamo? L’immaginazione si nutre delle esperienze che sperimentiamo

In un presente “FLUX” non basta attendere il futuro: servono azioni concrete e sperimentazione. Le nuove aspettative sociali diventano una bussola per immaginare e fare insieme, ripensando metriche e uso responsabile dell’AI nelle reti.

Se siete qui, è perché avete tra le mani il quaderno XL expectations di Weconomy.

mani che hanno storie diverse ma con una cosa in comune: il bisogno di sperimentare e sperimentarci, senza aspettare. È questo che ci ha spinti, come Logotel, a farci delle domande, per mettere insieme più prospettive, pratiche, sensibilità e intelligenze. E provare a capire perché sembra che abbiamo smesso di incontrare il futuro. Partendo però dal presente in cui siamo immersi.

Sembra che, senza comunicarci un’idea di futuro, non sappiamo cosa fare. Prendere anche la decisione più semplice diventa difficile. Sembra quasi che, senza trafficare con il futuro, non vi sia alcun tipo di presente. Peccato che, poi, il futuro rimanga confinato in piani teorici mentre noi restiamo con il nostro tenace e inossidabile presente. Tanti piani, tanti progetti, tanti quante le possibilità che potrebbero manifestarsi.

Diciamocelo subito: c’è qualcosa di profondamente vero e sano nel pensare che il futuro attiri, per così dire, il nostro presente. Non possiamo vivere attaccati “al piolo dell’istante” come scriveva il giovane Nietzsche, siamo pure fatti per guardare avanti e non il suolo.

Siamo persone, team, organizzazioni, imprese e filiere che agiscono in una realtà FLUX e cioè veloce, liquida, non mappata e sperimentale, come sostiene Timothy Tiryaki nel booklet dedicato alle organizzazioni. Non passa giorno senza che qualcuno ci ricordi che le regole del gioco cambiano di continuo, le persone devono adattarsi rapidamente, le organizzazioni devono essere fluide ed è necessario reinventarsi a ogni scala per mantenere la fiducia di chi ci sceglie, di ripensare e riparare la nostra offerta, di ridurre i costi, fare scelte trasformative che accompagnino la nostra rete di persone a fare meglio con nei nuovi “spazi agentici” che facciano evolvere il nostro modo di fare business e generare valore. In meglio. Ho dimenticato qualcosa? Ah, scusate… velocemente!

Quando queste regole non valgono più, restiamo ingabbiati, legati a modelli di vita e di lavoro inattuali. Sentiamo uno scollamento tra la realtà e le aspettative che ci muovono e motivano. Questo crea disorientamento, sfiducia, a volte anche paura. Le aspettative nascono dall’incontro tra desideri e realtà. Ed è la condizione della contemporaneità che viviamo, perché le sicurezze sulle quali si fondano i nostri desideri e sulle quali si basano molte narrazioni appartengono a una realtà che non c’è più. Non è un male, dobbiamo solo capire che il nostro presente è diverso dal passato al quale siamo abituati e può suggerire possibilità diverse da quelle che abbiamo in mente. Se non cogliamo questo aspetto, continueremo a progettare, realizzare, sostenere iniziative che non incontrano le aspettative di persone e comunità. Perché abbiamo convinzioni, cliché che ci allontanano dai veri problemi, ci frenano e spesso interpretiamo anche i dati che abbiamo a disposizione per confermare le nostre convinzioni.

Le grandi narrazioni – come quelle fondate sul purpose – si stanno dissolvendo e il futuro sembra difficile da immaginare, soprattutto da raggiungere. In questo scenario frammentato e scomposto le aspettative emergenti diventano la nuova bussola per orientarsi: segnali che mostrano dove la realtà si muove davvero. Quando i modelli tradizionali falliscono, serve cambiare prospettiva magari non cercare soluzioni, ma porre anti-problemi, domande che ribaltano lo sguardo e rivelano i punti ciechi.

Ecco, una delle intenzioni di questo Weconomy – scomposto e molteplice –: invitarci a mettere in discussione l’esasperata ricerca di modelli, previsioni, insider, e invece a guardare ai fatti. Mettere a fuoco una serie di eventi che accadono, il cui valore risiede innanzitutto nel parlare adesso. Certo, fatti capaci anche di indicare qualcosa di possibile e promettente (o inaggirabile) nel futuro, ma innanzitutto parlanti, significativi che possono suggerirci nuove possibilità, percorribili adesso.

Abbiamo scelto di dialogare con una rete di persone che raccontino porzioni concrete e interessanti di realtà, prospettive diverse per capire meglio l’evoluzione delle aspettative. E di farlo reagire con pratiche reali (e potenziali) dell’ecosistema Logotel. E cioè le nostre persone, i nostri practitioner, che ogni giorno si nutrono di insight originali per trasformarli in exectution. È una dinamica che, quando funziona, rende i nostri progetti originali. E quando fallisce ci permette di imparare. E proporre qualcosa di ancora nuovo, e migliorativo.

Un primo fatto, come emerge dall’intervento di Alessandro Rosina, è la transizione demografica. Ma quante costruzioni e quanti miti sono già stati costruiti su questo fatto, che semplicemente non offrono letture e contributi utili. Mentre invece dovremmo puntare nuove pratiche e forme di collaborazione, che nascono e fioriscono già oggi ed andrebbero invece rilevate, seguite…

Un secondo fatto, contro la battente retorica dell’instabilità universale, è l’integrarsi di modelli organizzativi e produttivi differenti, più malleabili e quindi più capaci di adattamento e di “complementarietà”, come evidenziano gli interventi di Solari e Rancati.

Tiziana Terranova e Jason Grant, poi, ci conducono a osservare che gli stili comunicativi e le estetiche non seguono più strade mainstream, perché la creatività oggi abita ed emerge da spazi di nicchia nemmeno più incasellabili nella categoria del “digitale”.

Si può poi finalmente osare di mettere in discussione una certa retorica dell’AI generativa. Rivoluzionaria, non lo si può negare. Ma quali atti stanno accadendo? Gli interventi di Cabitza, Roncaglia e Payal Arora non solo mettono in evidenza i problemi emergenti da false o sfasate aspettative e contemporaneamente puntano il dito sull’urgente necessità di vie di interazione relazionale (Cabitza), buone pratiche d’uso (Roncaglia e Arora).

L’ultimo fatto è l’insufficienza delle metriche tradizionali. Rischiano di alimentare bias di conferma. Di nutrire lo status quo. E finché adottiamo vanity metrics non conosceremo il reale valore delle interazioni.

Insomma, siamo circondati da segnali che dobbiamo osservare, probabilmente con occhi nuovi e con ipotesi fresche che ci consentano una messa a fuoco vera. Una reale prossimità con le cose. Se non traffichiamo con questa materia, qualsiasi iniziativa progetto che mettiamo in campo, che sia che sia un nuovo servizio o un progetto, un programma di AI adoption, un programma di engagement o di change management non genereranno reale impatto.

E poi?

Affinché il futuro si sprigioni, il presente va attraversato, agito, provato, sperimentato. Il futuro non accade altrimenti. È necessario costruire percorsi di valore in un mondo frammentato. Non possiamo procedere muovendo da immagini di immaginarie stabilità.

In ciò che accade dobbiamo entrarci, farne esperienza, “metterci alla prova”, solo così possiamo intercettare nel presente ciò che ci porta al di là di esso.

Per conoscere la realtà dobbiamo partire dai fatti ma anche praticarla, sperimentarla non c’è altro modo. “Senza movimento non c’è percezione” scriveva Aldous Huxley. E dobbiamo muoverci, insieme. Provando. Se non proviamo, sperimentiamo siamo fermi. E se siamo fermi non ci misuriamo con la realtà.

Per aiutarci a provare abbiamo bisogno di immaginare

Chi immagina inizia ad agire. E continua a farlo. Immaginare è vedere di più e meglio quello che sta davanti ai nostri occhi. Aiuta ad alzare lo sguardo e a vedere possibilità, Impatti, alternative. Aiuta a vedere soluzioni migliorative. Chi ci conosce da un po’ sa che è un elemento fondamentale del essere e fare design.

Immaginare – o supportare gli altri a immaginare – ci aiuta a metterci in movimento, aiuta a ingaggiare le persone nella trasformazione. Poi la pratica e la sperimentazione via via ci porteranno a trovare strade diverse per realizzarla.

Non basta, però. Una immaginazione vera si nutre dell’esperienza in atto. Immaginazione = io-ma-in-azione. Da qui nasce l’esigenza di avviare pratiche e micro-pratiche trasformative, anche piccole azioni che nel tempo producono cambiamento, crescita cumulativa e nuove istituzioni culturali. Le aspettative diventano così motori di cambiamento, capaci di generare linguaggi, metriche e strutture organizzative inedite. Le pratiche – e le micro-pratiche – non seguono traiettorie lineari: si rinforzano e si amplificano a vicenda, in un ciclo che si rinnova, facendo scala.

Per gestire in velocità il cambiamento servono sistemi adattivi e collaborativi, capaci di apprendere e riorientarsi costantemente. Il salto di scala avviene solo dentro ambienti piacevoli e sicuri, con regole di ingaggio chiare e trasparenti che favoriscono scambi continui, rafforzano i legami e nutrono relazioni di qualità tra persone e altre intelligenze: esperienze, reti e sistemi collaborativi e di pratica people & community driven, capaci di rigenerarsi costantemente.

Non tutto ciò che facciamo produce effetti, ma ciò che facciamo insieme genera impatti reali e inattesi. In una comunità, ogni azione, ogni pratica diventa offerta, affidamento, proposta: acquista senso perché si inserisce in una relazione viva e libera.

Quando non lo facciamo da soli ha effetto. Quando siamo in team, in una comunità, in una rete (di colleghi, di vendita, di partner, di clienti o di studenti) le nostre azioni hanno una genesi diversa ma, soprattutto, possono avere un destino diverso.

In una comunità, il senso del nostro agire cambia in maniera essenziale perché quello che facciamo diviene un’offerta, un affidamento, una proposta. Si inserisce in una relazione, costituiscono una relazione (o la iniziano). Ogni nostra azione conta. Anche la più piccola.

Nelle community o in ambienti di apprendimento o servizi people & community driven siamo connessi, in una rete del dare e del ricevere. E anche il più piccolo gesto si propaga. È in questa trama – fatta di persone, esperienze e scambi servizi e infrastrutture intelligenti – che le aspettative diventano azione e la complessità si trasforma in energia generativa condivisa capace di essere e agire in un contesto dove la frontiera si sposta sempre più velocemente.

Mettere in connessione persone e idee, domande e soluzioni, l’oggi e il domani. In Logotel utilizziamo un metodo: il design impact. Ci aiuta a innamorarci dei problemi, a interrogarci realmente su quali impatti vogliamo ottenere con la doppia vista per costruisce ponti tra ambienti, mondi e ambiti di competenza differenti. Ma il design fa molto di più: può intervenire sulle piccole cose, migliorando la nostra vita quotidiana, migliorando la qualità della relazione tra persone in comunità in infrastrutture intelligenti e impegnandosi a farlo con responsabilità.

Quindi, non aspettiamo. Mettiamoci in gioco con curiosa apertura, graffiando, dando un colpo. Resistendo alla tentazione della perfezione ideale o, peggio, del quieto vivere. Certo iniziare, tentare presuppone uno specifico coraggio che non è solo spensierata baldanza o addirittura una temeraria incuranza (“Ma sì, dai, vediamo che succede!”). Questo atteggiamento è il contrario di quella cura per noi, per quello che facciamo e che possiamo realizzare, che deve restare la nostra virtù fondamentale. Provare è apprendimento continuo, senza la paura di sbagliare. Perché ci permette di verificare una strada, senza rimorsi per non averci provato (no regrets policy) e – magari – scoprire che questo tentativo può diventare qualcosa di più grande.

Buona lettura

Ah, dimenticavo… oltre ad aver collaborato con il nostro network, lo abbiamo fatto anche con intelligenze diverse, usando con responsabilità le AI generative.

Magazine

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato
Issue 17

XL Expectations. Percorsi di valore in un mondo frammentato

Weconomy 17 non è un viaggio lineare: è un ecosistema di connessioni. Attraverso cinque territori – demografie, organizzazioni, estetiche, intelligenze e misurazioni – raccogliamo frammenti, prospettive e pratiche per estrarre aspettative XXL e trasformarle in micro-esperimenti, legami di senso e nuove metriche di cambiamento.

Autore

Cristina Favini

Cristina Favini

Chief Design Officer, Logotel